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By Filippo Brunelli


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IL MIRACOLO DI RASIGLIA
Rasiglia Rasiglia (PG)

Nel cuore dell’Umbria c’è una perla nascosta che pochi conoscono, un piccolissimo borgo dove l’acqua è l’elemento caratterizzante del paesaggio e che sembra immerso in un’atmosfera da sogno: Rasiglia.

Le prime notizie sull’esistenza del paese risalgono agli inizi del XIII secolo ma è molto probabile che degli insediamenti siano stati presenti nella zona da molto prima vista l'abbondanza d'acqua.
È fu proprio l’abbondanza d’acqua a determinare la crescita economica ed industriale del piccolo borgo in età medioevale che sfruttata la creazione di numerosi opifici, come gualchiere, mulini a grano, lanifici e tintorie che eseguivano la lavorazione di stoffe pregiate; la fertilità della terra circostante permise inoltre di avere sempre le materie prime per poter far funzionare il laborioso complesso industriale che si sviluppava.
In particolare i lanifici rimasero in attività per tutto l’800 e buona parte del ‘900 con la chiusura dell’ultimo stabilimento solamente nel 1980.
In realtà il declino di Rasilia inizò nella seconda metà del secolo scorso, dopo la seconda guerra mondiale, quando la povertà assoluta, le poche occasioni di lavoro, la chiusura delle attività industriali spinsero la gente a lasciare il paese e migrare verso le grandi città, in particolar modo Foligno che dista solamente 18Km. Con lo spopolamento del borgo le piccole attività economiche iniziarono a chiudere lentamente ed il paese rischiò di scomparire.
Il terremoto del 1997 diete il colpo di grazia al paese e solamente la riscoperta da parte del turismo ha permesso di far rinascere il piccolo borgo che, ad oggi, conta circa una settantina di abitanti quasi tutti in età avanzata: nel fine settimana arrivano migliaia di turisti, che scoprono questo borgo tramite il web o da amici che ne parlano, tanto che oggi si può tranquillamente parlare del  “miracolo Rasiglia”.
I mulini sono stati trasformati in abitazioni o in attrazioni per i turisti che possono ammirare le strutture artigianali di un tempo e le attrezzature utilizzate per fare la lana e macinare il grano tanto che rappresenta un raro esempio di conservazione di tutti gli elementi necessari alla produzione dei manufatti tessili, dalla tosatura alla realizzazione del prodotto finito.

Visitare Rasiglia vuol dire immergersi in un passato mai completamente sparito, in un borgo circondato dal verde delle colline umbre e dove il gorgoglio dell’acqua che si incanala lungo la principale via del paese permette al visitatore di rilassarsi e dimenticare la frenesia della vita moderna.

UN’IMPORTANTE CITTÀ ROMANA POCO CONOSCIUTA AL TURISMO
Aquileia Aquileia (UD)
La città di Aquileia era a capo del sistema viario della regione per la sua posizione all’incrocio di più strade, tra cui le maggiori erano la via Postumia, la via Iulia Augusta e la via Gemina; era inoltre il punto di partenza delle strade che si diramavano verso il bacino danubiano e la via dell’ambra che giungeva dal mar Baltico. 
Dopo l’editto di Milano divenne, grazie alla sua posizione, uno dei principali centri di diffusione del Cristianesimo nell’Europa del Nord e dell’Est.
Nel Medioevo la città friulana crebbe in maniera notevole, sviluppandosi attorno alla Basilica dei Patriarchi, un capolavoro che ha reso Aquileia famosa in tutto il mondo. 

Il Foro Romano
Il primo monumento che il visitatore vede quando entra ad Aquileia sono le rovine del Foro romano. Il foro era la principale piazza e ad oggi rimangono poche vestige ben conservate. Gli scavi iniziarono nei primi anni ’30 el secolo scorso e sono tutt’ora in corso; durante il periodo medioevale l’area del foro, più bassa, andò progressivamente impaludandosi, a causa anche dell’intasamento e del malfunzionamento delle fognature fino ad essere sepolto e diventare una palude.
Molto suggestivo è il severo colonnato bicolore che si mostra al visitatore.

La Basilica di Aquileia
Considerata da molti uno degli edifici romanici più belli al mondo l’edificazione della Basilica di Santa Maria Assunta ad Aquileia  inizia nell’anno 331 d.C., per volere del Vescovo Teorodo.
La Basilica che oggi vediamo è però la ricostruzione dell’anno 1000 e solamente il portico di Massenzio situato all’entrata risulta antecedente di circa 300 anni.
Dedicata alla Vergine e ai santi Ermacora e Fortunato, nel 331 d.C. con l’Editto di Milano che metteva fine alla persecuzione dei cristiani, i fedeli ebbero la possibilità di edificare i loro edifici liberamente: la Basilica è appunto uno dei primi edifici costruiti e, durante i secoli, venne distrutta e ricostruita ben quattro volte. Ogni ricostruzione veniva fatta sopra la precedente così oggi possiamo vedere il pavimento originale, ricoperto di splendidi mosaici, più basso rispetto all’entrata dell’edificio.
Il pavimento con i suoi meravigliosi mosaici plicromi venne portato alla luce dagli archeologi all’inizio del ‘900 e risale al IV secolo ed è il più grande mosaico paleocristiano mai rinvenuto (ben 760m2), mentre il soffitto ligneo a volta di nave è del XV secolo.
Putroppo la messa in opera delle colonne di destra, databile tra il IV ed il V secolo ha parzialmente rovinato il mosaico in quel punto ed oggi si possono vedere le fondazioni delle colonne dopo che i lavori di restauro tra il 1909 ed  il 1912 hanno rimosso il pavimento medioevale, risalente al 1030 circa.
Sempre dalla Basilica è possibile accedere alla cosiddetta "Cripta degli Scavi" ed alla "Cripta degli Affreschi".
La prima comprende una serie di resti di costruzioni appartenenti a diversi periodi storici che vanno dal periodo romano di età augustea fino al primo edificio di culto cristiano. La cripta degli affreschi si trova invece sotto l’altare maggiore ed è completamente ricoperta di affreschi: le scene principali sono dipinte al centro delle volte mentre nei pennacchi trovano posto figure di santi e busti di angeli all'interno di tondi. Nella cripta risalente al IX secolo, tra le colonne che sono il basamento dell’altare, si possono individuare due diversi artisti, o gruppi di artisti.

Il Porto Fluviale
Si giunge al porto fluviale percorrendo la via Sacra, una passeggiata archeologica posta nell’alveo del fiume e lunga circa un chilometro, che è stata creata con la terra di risulta degli scavi e lungo la quale sono stati collocati resti architettonici e monumentali provenienti dagli scavi delle mura e del foro.
Il porto fluviale di Aquileia è uno dei esempi meglio conservati di struttura portuale del mondo romano che
sorge dove una volta scorreva il fiume Natisone-Torre che era navigabile con una larghezza di circa 48 metri.
Le rovine che vediamo oggi risalgono alla metà del I sec. d.C., cioè all’impero di Claudio. Una delle principali rotte fluviali romane nell’Adriatico andò piano piano a perdere importanza durante il periodo tardo imperiale.
Grazie al porto la città fu a partire dall’epoca imperiale un emporio cosmopolita e un luogo di incontri di genti diverse, oltre che ad un centro di ampia apertura culturale anche dal punto di vista religioso. Grazie allo studio delle anfore ritrovate si è potuto ricostruire il traffico di commerci e di prodotti come il vino, l’olio e il grano. Grazie sempre allo studio sui reperti si è scoperto che  l’area i cui venivano prodotte le anfore corrispondeva all’area di produzione delle merci esportate, e che i vari tipi di anfora erano in stretta relazione con i prodotti da esse contenuti.  I prodotti della regione che consistevano principalmente in cereali, frutta e olive rappresentavano il principale prodotto di esportazione. In particolare l’olio era il principale prodotto che, grazie alla rete fluviale poteva essere esportato in tutta la Valle Padana.
I primi scavi sono stati svolti a partire dalla fine dell'Ottocento con tecniche che non includevano ancora le osservazioni stratigrafiche; perciò molti elementi di valutazione e datazione riguardanti il porto di Aquileia sono andati perduti.
Il Porto Fluviale romano ad Aquileia, oggi è anche una bella passeggiata tra natura e storia da fare nelle giornate di sole.

Aquileia è una città d'arte che merita d'esser scoperta, con un patrimonio ancora in parte ignoto al turismo di massa ed un glorioso passato.
CASCATE DEL MENOTRE E GROTTE DELL’ ABBADESSA
Pale Pale (PG)
Il fiume Menotre è un piccolo fiume umbro che ha una grande portata e che, giunto all’altezza del borgo di Pale compie un salto di circa 200 metri nella gola sottostante, creando una serie di cascate che è possibile ammirare lungo un facile percorso che si perde nei verdi boschi dei monti umbri. 
Insieme alle cascate, l’infiltrazione delle cascate nelle rocce della zona ha anche generato un fenomeno carsico ipogeo, conosciuto come “Le grotte della Badessa”.

Le cascate del Menotre
Chiamate anche “Cascatelle di Pale”, sono parte del Parco dell’Altolina che dalla frazione di Belfiore arriva fino al borgo di Pale, ex castello durante il periodo medioevale.
Il percorso lungo il fiume alla scoperta delle cascate non risulta particolarmente difficile anche se potrebbe essere impegnativo per persone non allenate o con problemi motori, visto il dislivello della strada tra i diversi salti tra le cascate e l’ambiente nel quale si sviluppa. Vi si trovano diversi punti dove potersi riposare attrezzati con panchine e la rigogliosità della natura ivi presente permette di non soffrire particolarmente il caldo e l’ava anche in estate inoltrata.
L’ultima cascata (se si scende dal borgo di Pale, altrimenti è la prima) rappresenta il più suggestivo dei salti del fiume Menotre: l’acqua scorrere lungo la parete roccioso formando una specie di “penisola” attorno ad un albero dove il comune ha allestito una panca ed un tavolo per potersi riposare. Un posto fiabesco dove è possibile arrivare ai piedi della cascata e toccarne l’acqua fresca e dove si può notare una piccola grotta

Le grotte dell’Abbadessa
L’acqua del fiume Menotre, nei secoli, ha dato origine a quelle che sono conosciute come “Grotte dell’Abbadessa”.
Per poterle visitare è necessario prenotare. Una volta entrati si accede ad una serie di cavità lungo un piccolo percorso (il tour dura circa una mezz’ora) e si scopre che le grotte sono suddivise in “stanze”.
La prima prende il nome di “Camera del laghetto”, ed ha una forma circolare; dalla volta a forma di cupola pendono stalattiti e al centro sono presenti pilastri stalagmitici che bisogna stare attenti a non toccare per non rovinarne la crescita. A seguire vi è la “sala delle colonne a terra”, dove troneggia una stalagmite che ricorda la forma di un Leone.
Tradizione vuole che in passato sino state visitate da personaggi famosi come Cristina Regina di Svezia e Cosimo III Serenissimo gran Duca di Toscana; in particolare un aneddoto racconta che la Regina di Svezia fu talmente colpita da queste grotte da voler chiedere come ricordo un “pezzetto” della stalagmite a forma di leone che da allora è priva di un pezzo di quella che doveva essere la coda.
Leggenda o realtà le grotte meritano veramente una visita in particolare potrà essere apprezzata da famiglie con bambini in quanto la visita non è per nulla impegnativa e viene fornito tutto il necessario per l’esplorazione, dalle torce ai caschi. Ottima la spiegazione della nostra guida Cristina.

IL PARCO ARCHEOLOGICO DI CUMA
Cuma Cuma (NA)

Chi non conosce il più famoso oracolo del monto antico la Sibilla Cumana, resa famosa dall’ “Eneide” di Vigilio? Credo nessuno.
Conosciuta fin dall’antichità la città di Cuma è la più antica colonia greca d’Occidente che portò la cultura greca a diffondersi lungo tutta la penisola italiana tanto da far adottare una versione modificata dell'alfabeto euboico-calcidese, tipico di Cuma e Pithekoussas, secondo i loro fonemi agli Etruschi e ai Latini.
Fin dalla sua fondazione la città conobbe una grande crescita, fino all’arrivo di Roma, di cui Cuma divene una fedele alleata tanto da divenire Municipio romano nel 215 a.C. ed essere una delle roccaforti di Ottaviano durante la guerra civile. Con l’arrivo delle invasioni barbariche iniziò il declino di Cuma che, pur riuscendo a sopravvivere alla dominazione Bizzantina nulla poté contro le ripetute scorrerie dei pirati saraceni che costrinsero i suoi abitanti ad abbandonarla.

Quello che rimane oggi è uno spettacolare parco archeologico che ogni anno attrae migliaia di visitatori e dove la principale attrazione è l’Antro della Sibilla Cumana. Ma passeggiare per il parco archeologico di Cuma vuol dire perdersi in un mondo surreale, che sembra fermato nel tempo; un mondo dove si intravedono le vestigia di un’antica civiltà, dove si ammirano i resti del Tempio di Giove, della Cripta romana. Dalla terrazza del belvedere  si può ammirare una vista sul mare e la campagna circostante, mentre nelle immediate vicinanze si staglia l'Arco Felice si possono ammirare i numerosi sepolcri di età greca e romana.
L'Antro della Sibilia è una lunga galleria rettilinea e a sezione trapezoidale, alta circa 5 metri che fu scoperta da Amedeo Maiuri il quale riconobbe in essa il luogo dove la profetessa del dio Apollo prediceva il futuro ai suoi discepoli: si narra che re, grandi eroi o semplici paesani si recassero in questo luogo per ottenere risposte a grandi e piccoli dilemmi o semplicemente per conoscere il volere degli Dèi. Le profezie della Sibilla Cumana erano infatti considerate verità assoluta. La galleria rettilinea, lunga 131 metri ed è interamente scavata nella roccia tufacea, presenta una base di 2,50 metri e termina in un vestibolo contenente un paio di sedili scavati nella roccia. È  dotata di numerose aperture laterali da cui entra la luce mentre nei bracci trasversali sono ricavate alcune cisterne, che raccoglievano le acque piovane attraverso un sistema di canalizzazione.
Il Tempio di Apollo sorge dove probabilmente prima era stato edificato un precedente tempio dedicato a Hera.
Il maggiore santuario dell'Acropoli rimane comunque il Tempio di Giove (anch'esso si presume precedentemente consacrato ad un'altra divinità: Demetra) che durante l'epoca bizantina fu convertito in basilica; a testimonianza di questo utilizzo del tempio è ancora visibile la vasca profonda 70 cm e larga 3 che utilizzata per il rito del battesimo.

SOLFERINO, DALL’UNITÀ D’ITALIA ALLA NASCITA DELLA CROCE ROSSA
Solferino Solferino (MN)

Il 24 giugno 1859 fu combattuta una delle battaglie più cruente del Risorgimento Italiano che costò la vita a 30.000 uomini; lo scontro fu così feroce e cruento che gli eserciti vincitrici non ebbero nemmeno la forza di inseguire quello sconfitto (Austriaco) in fuga.
Il giorno successivo alla battaglia giunse in quei luoghi Jean Henry Dunant, che rimase profondamente impressionato dal numero enorme di feriti che venivano assistiti dalle popolazioni del luogo (soprattutto dalle donne) che non si curavano della divisa che indossavano gli infermi. Dunant si unì ai soccorritori e da quell’esperienza pubblicò un libro a sue spese “Un Souvenir de Solférino” e successivamente fondò la Croce Rossa Internazionale. Per questo suo gesto fu premiato con il “Premio Nobel per la Pace” nel 1901, il primo anno nel quale venne assegnato tale riconoscimento.

Solferino è un piccolo comune dell’alto mantovano abitato fin dall’età del bronzo. Vista la sua posizione strategica durante il medioevo, sul colle più alto, venne costruita una rocca (più tardi definita la “Spia d’Italia”) dalla cui sommità è possibile osservare gran parte della Pianura Padana. Alla base della rocca, nel 1959 nel centenario della sua nascita, fu eretto il Memoriale della Croce Rossa.
Il memoriale si raggiunge attraverso un lungo viale di cipressi che porta ad uno spiazzo rettangolare pavimentato con lastre di pietra e circondato anch’esso da cipressi; sul lato destro il monumento è composto da una parete con formelle in marmi policromi provenienti da ogni parte del mondo, sui quali sono impressi i nomi di centoquarantotto Paesi aderenti alla Croce Rossa Internazionale.

La rocca di Solferino è alta 23 metri e al suo interno sono esposti cimeli e documenti risorgimentali. Tramite una scala lignea si può salire fino alla sommità sulla quale una grande terrazza permette (nei giorni di bel tempo) di spaziare lo sguardo sulla pianura sottostante dal Lago di Garda fino agli appennini. Prima di raggiungere la terrazza si passa per la “Sala dei Sovrani” dove sono conservati i ritratti di Napoleone III e Vittorio Emanuele II.

Solferino è sicuramente un piccolissimo paese ma che racchiude molto più storia di quanto possa sembrare e che, indubbiamente, merita una visita.

GUBBIO, NON È SOLO LA CITTÀ DI DON MATTEO MA ANCHE LA PIÙ BELLA CITTÀ MEDIOEVALE.
Gubbio Gubbio (PG)
Gubbio è stata una delle prime città alleate della Roma antica ad entrare nella civiltà latina e tra le prime ad avere una diocesi; dopo le invasioni barbariche la città venne ricostruita sulle pendici del monte Igino e iniziò anche per questa città il periodo dei comuni e delle lotte per le investiture.
Dopo una serie di lotte intestine la città di Gubbio si offre al signore di Montefeltro, entrando di fatto nel periodo delle signorie, per passare poi (insieme a Urbino) alla famiglia Della Rovere. Nel 1631 entra a far parte dello Stato della Chiesa, rimanendone parte fino al 1860 quando le truppe piemontesi liberano la città che diventa italiana a tutti gli effetti.

La città è oggi racchiusa tra le antiche mura, perfettamente conservate, che racchiudono al loro interno le testimonianze di diverse epoche. 
Abbiamo già detto, come Gubbio si sviluppi partendo dalle pendici del monte Igino per salire verso di esso, fino ad arrivare alla basilica di Sant’ Ubaldo, protettore della città, che è facilmente raggiungibile tramite la funivia “Colle Eletto” ed il cui punto di arrivo offre un panorama indimenticabile dell’Appennino Umbro-marchigiano, nonché della città sottostante.

Dalla basilica è possibile tornare al centro cittadino tramite una strada tutta in discesa non troppo faticosa. La parte alta del paese è quella più rappresentativa dove sono presenti diversi palazzi e chiese interessanti nonché la “Piazza della Signoria”  o “Piazza Grande” che è una delle più grandi piazze pensili e che costituisce, insieme al Palazzo dei Consoli ed il Palazzo del Podestà, una tra le più maestose e ardite realizzazioni urbanistiche medievali.

La bellezza di Gubbio è anche nel suo tessuto urbanistico che si snoda attraverso dei meravigliosi vicoli e scalinate che offrono panorami e scorci che riportano indietro nel tempo ed è impossibile non immaginarli pieni di commercianti, artigiani e persone comuni anziché che di turisti.

Oltre che per le bellezze artistiche, la visti alla città è fortemente consigliata a chi apprezza la buona cucina, in particolare il tartufo, gli affettati ed i formaggi che si possono assaporare nei vari ristoranti sparsi per tutta la città. Sapori forti come i buonissimi vini e l’olio della zona che sono dicotomici con il carattere gentile e amichevole degli eugubini.

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