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By Filippo Brunelli


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CASCATE DEL MENOTRE E GROTTE DELL’ ABBADESSA
Pale Pale (PG)
Il fiume Menotre è un piccolo fiume umbro che ha una grande portata e che, giunto all’altezza del borgo di Pale compie un salto di circa 200 metri nella gola sottostante, creando una serie di cascate che è possibile ammirare lungo un facile percorso che si perde nei verdi boschi dei monti umbri. 
Insieme alle cascate, l’infiltrazione delle cascate nelle rocce della zona ha anche generato un fenomeno carsico ipogeo, conosciuto come “Le grotte della Badessa”.

Le cascate del Menotre
Chiamate anche “Cascatelle di Pale”, sono parte del Parco dell’Altolina che dalla frazione di Belfiore arriva fino al borgo di Pale, ex castello durante il periodo medioevale.
Il percorso lungo il fiume alla scoperta delle cascate non risulta particolarmente difficile anche se potrebbe essere impegnativo per persone non allenate o con problemi motori, visto il dislivello della strada tra i diversi salti tra le cascate e l’ambiente nel quale si sviluppa. Vi si trovano diversi punti dove potersi riposare attrezzati con panchine e la rigogliosità della natura ivi presente permette di non soffrire particolarmente il caldo e l’ava anche in estate inoltrata.
L’ultima cascata (se si scende dal borgo di Pale, altrimenti è la prima) rappresenta il più suggestivo dei salti del fiume Menotre: l’acqua scorrere lungo la parete roccioso formando una specie di “penisola” attorno ad un albero dove il comune ha allestito una panca ed un tavolo per potersi riposare. Un posto fiabesco dove è possibile arrivare ai piedi della cascata e toccarne l’acqua fresca e dove si può notare una piccola grotta

Le grotte dell’Abbadessa
L’acqua del fiume Menotre, nei secoli, ha dato origine a quelle che sono conosciute come “Grotte dell’Abbadessa”.
Per poterle visitare è necessario prenotare. Una volta entrati si accede ad una serie di cavità lungo un piccolo percorso (il tour dura circa una mezz’ora) e si scopre che le grotte sono suddivise in “stanze”.
La prima prende il nome di “Camera del laghetto”, ed ha una forma circolare; dalla volta a forma di cupola pendono stalattiti e al centro sono presenti pilastri stalagmitici che bisogna stare attenti a non toccare per non rovinarne la crescita. A seguire vi è la “sala delle colonne a terra”, dove troneggia una stalagmite che ricorda la forma di un Leone.
Tradizione vuole che in passato sino state visitate da personaggi famosi come Cristina Regina di Svezia e Cosimo III Serenissimo gran Duca di Toscana; in particolare un aneddoto racconta che la Regina di Svezia fu talmente colpita da queste grotte da voler chiedere come ricordo un “pezzetto” della stalagmite a forma di leone che da allora è priva di un pezzo di quella che doveva essere la coda.
Leggenda o realtà le grotte meritano veramente una visita in particolare potrà essere apprezzata da famiglie con bambini in quanto la visita non è per nulla impegnativa e viene fornito tutto il necessario per l’esplorazione, dalle torce ai caschi. Ottima la spiegazione della nostra guida Cristina.

IL PARCO ARCHEOLOGICO DI CUMA
Cuma Cuma (NA)

Chi non conosce il più famoso oracolo del monto antico la Sibilla Cumana, resa famosa dall’ “Eneide” di Vigilio? Credo nessuno.
Conosciuta fin dall’antichità la città di Cuma è la più antica colonia greca d’Occidente che portò la cultura greca a diffondersi lungo tutta la penisola italiana tanto da far adottare una versione modificata dell'alfabeto euboico-calcidese, tipico di Cuma e Pithekoussas, secondo i loro fonemi agli Etruschi e ai Latini.
Fin dalla sua fondazione la città conobbe una grande crescita, fino all’arrivo di Roma, di cui Cuma divene una fedele alleata tanto da divenire Municipio romano nel 215 a.C. ed essere una delle roccaforti di Ottaviano durante la guerra civile. Con l’arrivo delle invasioni barbariche iniziò il declino di Cuma che, pur riuscendo a sopravvivere alla dominazione Bizzantina nulla poté contro le ripetute scorrerie dei pirati saraceni che costrinsero i suoi abitanti ad abbandonarla.

Quello che rimane oggi è uno spettacolare parco archeologico che ogni anno attrae migliaia di visitatori e dove la principale attrazione è l’Antro della Sibilla Cumana. Ma passeggiare per il parco archeologico di Cuma vuol dire perdersi in un mondo surreale, che sembra fermato nel tempo; un mondo dove si intravedono le vestigia di un’antica civiltà, dove si ammirano i resti del Tempio di Giove, della Cripta romana. Dalla terrazza del belvedere  si può ammirare una vista sul mare e la campagna circostante, mentre nelle immediate vicinanze si staglia l'Arco Felice si possono ammirare i numerosi sepolcri di età greca e romana.
L'Antro della Sibilia è una lunga galleria rettilinea e a sezione trapezoidale, alta circa 5 metri che fu scoperta da Amedeo Maiuri il quale riconobbe in essa il luogo dove la profetessa del dio Apollo prediceva il futuro ai suoi discepoli: si narra che re, grandi eroi o semplici paesani si recassero in questo luogo per ottenere risposte a grandi e piccoli dilemmi o semplicemente per conoscere il volere degli Dèi. Le profezie della Sibilla Cumana erano infatti considerate verità assoluta. La galleria rettilinea, lunga 131 metri ed è interamente scavata nella roccia tufacea, presenta una base di 2,50 metri e termina in un vestibolo contenente un paio di sedili scavati nella roccia. È  dotata di numerose aperture laterali da cui entra la luce mentre nei bracci trasversali sono ricavate alcune cisterne, che raccoglievano le acque piovane attraverso un sistema di canalizzazione.
Il Tempio di Apollo sorge dove probabilmente prima era stato edificato un precedente tempio dedicato a Hera.
Il maggiore santuario dell'Acropoli rimane comunque il Tempio di Giove (anch'esso si presume precedentemente consacrato ad un'altra divinità: Demetra) che durante l'epoca bizantina fu convertito in basilica; a testimonianza di questo utilizzo del tempio è ancora visibile la vasca profonda 70 cm e larga 3 che utilizzata per il rito del battesimo.

SOLFERINO, DALL’UNITÀ D’ITALIA ALLA NASCITA DELLA CROCE ROSSA
Solferino Solferino (MN)

Il 24 giugno 1859 fu combattuta una delle battaglie più cruente del Risorgimento Italiano che costò la vita a 30.000 uomini; lo scontro fu così feroce e cruento che gli eserciti vincitrici non ebbero nemmeno la forza di inseguire quello sconfitto (Austriaco) in fuga.
Il giorno successivo alla battaglia giunse in quei luoghi Jean Henry Dunant, che rimase profondamente impressionato dal numero enorme di feriti che venivano assistiti dalle popolazioni del luogo (soprattutto dalle donne) che non si curavano della divisa che indossavano gli infermi. Dunant si unì ai soccorritori e da quell’esperienza pubblicò un libro a sue spese “Un Souvenir de Solférino” e successivamente fondò la Croce Rossa Internazionale. Per questo suo gesto fu premiato con il “Premio Nobel per la Pace” nel 1901, il primo anno nel quale venne assegnato tale riconoscimento.

Solferino è un piccolo comune dell’alto mantovano abitato fin dall’età del bronzo. Vista la sua posizione strategica durante il medioevo, sul colle più alto, venne costruita una rocca (più tardi definita la “Spia d’Italia”) dalla cui sommità è possibile osservare gran parte della Pianura Padana. Alla base della rocca, nel 1959 nel centenario della sua nascita, fu eretto il Memoriale della Croce Rossa.
Il memoriale si raggiunge attraverso un lungo viale di cipressi che porta ad uno spiazzo rettangolare pavimentato con lastre di pietra e circondato anch’esso da cipressi; sul lato destro il monumento è composto da una parete con formelle in marmi policromi provenienti da ogni parte del mondo, sui quali sono impressi i nomi di centoquarantotto Paesi aderenti alla Croce Rossa Internazionale.

La rocca di Solferino è alta 23 metri e al suo interno sono esposti cimeli e documenti risorgimentali. Tramite una scala lignea si può salire fino alla sommità sulla quale una grande terrazza permette (nei giorni di bel tempo) di spaziare lo sguardo sulla pianura sottostante dal Lago di Garda fino agli appennini. Prima di raggiungere la terrazza si passa per la “Sala dei Sovrani” dove sono conservati i ritratti di Napoleone III e Vittorio Emanuele II.

Solferino è sicuramente un piccolissimo paese ma che racchiude molto più storia di quanto possa sembrare e che, indubbiamente, merita una visita.

GUBBIO, NON È SOLO LA CITTÀ DI DON MATTEO MA ANCHE LA PIÙ BELLA CITTÀ MEDIOEVALE.
Gubbio Gubbio (PG)
Gubbio è stata una delle prime città alleate della Roma antica ad entrare nella civiltà latina e tra le prime ad avere una diocesi; dopo le invasioni barbariche la città venne ricostruita sulle pendici del monte Igino e iniziò anche per questa città il periodo dei comuni e delle lotte per le investiture.
Dopo una serie di lotte intestine la città di Gubbio si offre al signore di Montefeltro, entrando di fatto nel periodo delle signorie, per passare poi (insieme a Urbino) alla famiglia Della Rovere. Nel 1631 entra a far parte dello Stato della Chiesa, rimanendone parte fino al 1860 quando le truppe piemontesi liberano la città che diventa italiana a tutti gli effetti.

La città è oggi racchiusa tra le antiche mura, perfettamente conservate, che racchiudono al loro interno le testimonianze di diverse epoche. 
Abbiamo già detto, come Gubbio si sviluppi partendo dalle pendici del monte Igino per salire verso di esso, fino ad arrivare alla basilica di Sant’ Ubaldo, protettore della città, che è facilmente raggiungibile tramite la funivia “Colle Eletto” ed il cui punto di arrivo offre un panorama indimenticabile dell’Appennino Umbro-marchigiano, nonché della città sottostante.

Dalla basilica è possibile tornare al centro cittadino tramite una strada tutta in discesa non troppo faticosa. La parte alta del paese è quella più rappresentativa dove sono presenti diversi palazzi e chiese interessanti nonché la “Piazza della Signoria”  o “Piazza Grande” che è una delle più grandi piazze pensili e che costituisce, insieme al Palazzo dei Consoli ed il Palazzo del Podestà, una tra le più maestose e ardite realizzazioni urbanistiche medievali.

La bellezza di Gubbio è anche nel suo tessuto urbanistico che si snoda attraverso dei meravigliosi vicoli e scalinate che offrono panorami e scorci che riportano indietro nel tempo ed è impossibile non immaginarli pieni di commercianti, artigiani e persone comuni anziché che di turisti.

Oltre che per le bellezze artistiche, la visti alla città è fortemente consigliata a chi apprezza la buona cucina, in particolare il tartufo, gli affettati ed i formaggi che si possono assaporare nei vari ristoranti sparsi per tutta la città. Sapori forti come i buonissimi vini e l’olio della zona che sono dicotomici con il carattere gentile e amichevole degli eugubini.

IL LAGO DI CEI
Villa Lagarina Villa Lagarina (TN)
Se si risale la Valdadige in direzione Trento, dopo aver passato la Valvenosta si giunge alla Vallagarina che si sviluppa a sud di Trento, nei pressi della città di Rovereto, e idealmente separa le Prealpi Bresciane da quelle Venete.
In questa valle, all’interno dell’ area protetta di Pran dell’Albi e ad un’altitudine di circa  900 metri, si trova il lago di Cei, circondato da boschi di abeti e faggi, con una variegata vegetazione acquatica dove predominano su tutte le altre piante ninfee e ranuncoli.
L'origine del Lago è dovuta ad una frana staccatasi probabilmente dal Monte Bondone intorno al 200 E.V. e   che nel corso di circa otto secoli ha favorito la formazione del lago. 

Il Lago di Cei presenta un biotopo caratterizzato da  una eccezionale varietà di essenze vegetali e molti animali tipici delle paludi: in effetti, se non fosse per le dimensioni, il lago ricorda molto una palude con le sue ninfee e piante acquatiche. Un percorso pianeggiante (lungo circa 1,5 km e molto semplice da percorrere) circonda il lago. Una volta completato il perimetro si aprono al turista curioso una serie di varie escursioni, più o meno impegnative, che si dipanano tra i boschi della zona.

In queste escursioni si possono ammirare una grandissima varietà di fiori (se la stagione è quella giusta), e i sentieri nei boschi sono ben segnati tanto che risulta molto difficile il perdersi. 
Per chi si sentisse più avventuroso,  è presente il “Nordic Walking Park”, composto da tre percorsi con diversa difficoltà e lunghezze che variano dai 7 ai 10 km con dislivelli da 0 a 100 metri.
Il bosco riserva anche diverse sorprese e curiosità sulla vita delle genti di montagna nei tempi passati come, ad esempio, le calchere, antichi forni che avevano lo scopo di creare la calce. Questi forni erano strutture di sassi squadrati e resistenti al calore; una volta riempiti di legname e rocce calcaree li si accendeva e si continuava ad alimentarli fino al raggiungimento di una temperatura di 800°-1000° C, quando la roccia calcarea perde l’anidride carbonica e si trasforma in calce viva. Visto che una volta raffreddata la calce doveva essere trattata con l’acqua questa zona ( ricordiamo che le Prealpi sono formate principalmente da rocce calcaree) si prestava alla presenza di questo tipo di attività.
Un'altra escursione permette di raggiungere la Malga Cimana e da qua proseguire fino alla chiesa di romanica di San Martin in Trasiél risalente all’anno 1000.
Nei vari sentieri tra i boschi è facile imbattersi in diversi capitelli e croci, segno tangente della religiosità che da sempre accomuna le genti di questi luoghi.
Sempre nei pressi del lago si può visitare la “Chiesetta de Probizer”, una piccola chiesetta dedicata a S. Maria Assunta che venne fatta costruire in stile neogotico da Francesco de Probizer negli anni tra il 1890-1891.

Per chi si trovi nei pressi di Trento e non lo abbia mia visto, una gita al lago di Cei è consigliata: questo piccolo e silenzioso specchio lacustre, incastrato in un fitto bosco, non fatica a svelare il suo fascino.
LA VERSAILLES ITALIANA: LA REGGIA DI CASERTA
Caserta Caserta (NA)
La Reggia di Caserta è capolavoro di architettura barocca voluto da Carlo III di Borbone, re di Napoli, la cui costruzione iniziò nel 1752. Nel 1767 Ferdinando IV la elesse a residenza reale (anche se solamente dal 1780 fu abitata) ma i lavori continuarono e l’edificio, fu completato solamente nel 1845.

Carlo III pensò di spostare la sede del governo al fine di preservarla da eventuali attacchi. La scelta cadde su Caserta, una località lontana dal mare e quindi meno soggetta agli attacchi ed alle cannonate delle navi e più facilmente difendibile dell’allora capitale Napoli. Visto che c’era Carlo III pensò bene di realizzare una reggia che potesse reggere il paragone con le altre residenze reali dell’epoca (in particolare Verrsailles e Schönbrunn) e, se possibile, superarne lo splendore. Il progetto fu affidato all’architetto Luigi Vanvitelli che si ispirò alla reggia di francese. Nacque così un edificio che è quasi il doppio di Versailles (1200 stanze contro le 700 di Versailles) e che, pur traendo ispirazione se ne discosta. Questo fu possibile anche perché il Vanvitelli poté operare patendo da zero, mentre la residenza d’oltralpe venne edificata su di un preesistente edificio in mattoni e pietra; in questo modo la Reggia di Caserta risulta, sebbene ispirata alla corte francese, un edificio con le sue caratteristiche uniche e peculiari che mescola due stili architettonici: il Barocco (come nella reggia di Versailles) e lo stile Neoclassico. Inoltre, mentre la reggia francese era adibita esclusivamente a ospitare il sovrano e la sua corte, quella partenopea aveva lo scopo di ospitare il governo e quindi numerose stanze erano adibite alle truppe o agli uffici amministrativi. 
La reggia di Caserta è una delle più belle residenze reali attualmente esistenti tanto da essere la sede di numerosi films, i più famosi dei quali “Star Wars: Episodio 1- La minaccia fantasma” ed il suo seguito “Star Wars: Episodio II- L’attacco dei cloni” dove il settecentesco edificio divenne la sede e la residenza della principessa Padmé Amidala e del governo del pianeta Naboo.  Ma quello di Lucas non è il solo film di successo internazionale che holliwood ha voluto girare nel monumento patenopeo: “Mission Impossible III”, “Angeli e Demoni” sono alcuni dei titoli più famosi, mentre per le pellicole nostrane vale la pena ricordare “Ferdinando e Carolina” di Lina Wertmuller, la fiction Rai “Giovanni Paolo II”, alcune scene della seconda stagione della serie “Elisa di Rivombrosa”, “Il Pap’occhio”.

Esternamente la reggia copre più di 61.000 mq di cui 45.000 circa sono occupati dell’edificio ed i rimanenti dal parco; si alza per cinque piani raggiungendo i 36 metri ed è comprende quattro cortili interni racchiusi in un rettangolo di 250 metri quadri per 200. Per realizzare questo immenso edificio, abbiamo visto ci volle più di un secolo ed il cantiere era immenso: all’apice lavoravano 2700 operai, 300 capomastri, 250 pirati turchi catturati in mare, 330 tra forzati e condannati. Per il trasporto del materiale si utilizzarono persino cammelli ed elefanti.
Superato l’ingresso si accede ad una lunga galleria che attraversa tutto l’asse centrale della reggia e sbuca nel vasto parco, pieno di fontane e vasche. Dalla galleria si accede anche alla visita interna dell’edificio al quale si accede tramite un’imponente scalone a guardia del quale stanno due state leonine. 
La reggia, appare oggi ben conservata ed i mobili (a differenza di quelli di Versailles) sono ancora quelli originali; l’interno è un susseguirsi di immense sale impreziosite da sculture, stucchi, bassorilievi ed affreschi curati in ogni dettaglio e perfettamente conservate. La sala del trono si trova a circa 200 metri dalle scale, in una stanza immensa, dove (viste anche le non notevoli dimensioni della seduta reale) sembra quasi irraggiungibile e distante tanto si perde nella vastità della sala. La stanza del trono è infatti larga 25 metri e lunga 40, con il tetto a volta che si innalza per 15 metri ed è ricoperto di decorazioni con solo due colori predominanti: l’oro ed il bianco.
Nella reggia è presente anche un teatro, voluto dal re dopo che i lavori erano già iniziati e, questo, portò a stravolgimenti nel progetto originale del Vanvitelli che riuscì comunque a realizzare un vero gioiello: una copia in miniatura del teatro San Carlo di Napoli, ed è composto da 42 palchi messi su 5 livelli diversi ed ogni palco è diverso da quello che lo precede. Una caratteristica del teatro sta nel palco che, dietro la scenografia, tramite due portali da accesso al parco che veniva utilizzato per ampliare le scenografie e renderle più spettacolari con incendi o fuochi d’artificio.

Esternamente la reggia è circondata da un parco di circa 120 ettari, anch’esso progettato dall’architetto Luigi Vanvitelli, e che impressiona il visitatore con la sua “via d’acqua”, ovvero una serie di cascate e vasche di hanno una lunghezza di 3 chilometri affiancati da due viali che raggiungono la sommità della collina antistante il palazzo. L’acqua arriva alle fontane tramite “l’Acquedotto Carolino”, anch’esso fatto costruire da Vanvitelli che raccogli l’acqua di sorgenti lontane 38 chilometri e la cui costruzione richiese sedici anni.
La cascata da qui parte l’acqua dalla sommità della collina rappresenta anche una novità ideata da Luigi Vanvitelli e chiamato “effetto cannocchiale” che consiste nella realizzazione di un enorme viale, completamente diritto, che partendo da Napoli termina, per l'appunto nella parte finale del parco della reggia sulla sommità della collina. Purtroppo la morte dell’architetto Vanvitelli, ideatore del progetto, i lavori si fermarono per 4 anni e, alla loro ripartenza, il parco venne terminato non come era nei suoi disegni originali ma come lo vediamo oggi che è una versione (seppur magnifica) ridotta del progetto originale. Nel 1777 il figlio di Luigi Vanvitelli, Carlo, che succedette il padre nella realizzazione dei lavori, presentò al nuovo re Ferdinando IV, una versione ridotta del progetto di suo padre. Infatti, le difficoltà economiche e l'esigenza di completare i lavori più rapidamente, costrinsero a ridurre il numero di fontane nella seconda parte del Parco.

La visita alla reggia è consigliata a tutti, ma bisogna essere disposti a camminare, non solo per la vastità dell’edificio, ma anche per i giardini. Il tempo è un’altra cosa che il visitatore alla reggia deve essere sicuro di avere, visto che ci vuole un’intera giornata.

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