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By Filippo Brunelli


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LA VERSAILLES ITALIANA: LA REGGIA DI CASERTA
Caserta Caserta (NA)
La Reggia di Caserta è capolavoro di architettura barocca voluto da Carlo III di Borbone, re di Napoli, la cui costruzione iniziò nel 1752. Nel 1767 Ferdinando IV la elesse a residenza reale (anche se solamente dal 1780 fu abitata) ma i lavori continuarono e l’edificio, fu completato solamente nel 1845.

Carlo III pensò di spostare la sede del governo al fine di preservarla da eventuali attacchi. La scelta cadde su Caserta, una località lontana dal mare e quindi meno soggetta agli attacchi ed alle cannonate delle navi e più facilmente difendibile dell’allora capitale Napoli. Visto che c’era Carlo III pensò bene di realizzare una reggia che potesse reggere il paragone con le altre residenze reali dell’epoca (in particolare Verrsailles e Schönbrunn) e, se possibile, superarne lo splendore. Il progetto fu affidato all’architetto Luigi Vanvitelli che si ispirò alla reggia di francese. Nacque così un edificio che è quasi il doppio di Versailles (1200 stanze contro le 700 di Versailles) e che, pur traendo ispirazione se ne discosta. Questo fu possibile anche perché il Vanvitelli poté operare patendo da zero, mentre la residenza d’oltralpe venne edificata su di un preesistente edificio in mattoni e pietra; in questo modo la Reggia di Caserta risulta, sebbene ispirata alla corte francese, un edificio con le sue caratteristiche uniche e peculiari che mescola due stili architettonici: il Barocco (come nella reggia di Versailles) e lo stile Neoclassico. Inoltre, mentre la reggia francese era adibita esclusivamente a ospitare il sovrano e la sua corte, quella partenopea aveva lo scopo di ospitare il governo e quindi numerose stanze erano adibite alle truppe o agli uffici amministrativi. 
La reggia di Caserta è una delle più belle residenze reali attualmente esistenti tanto da essere la sede di numerosi films, i più famosi dei quali “Star Wars: Episodio 1- La minaccia fantasma” ed il suo seguito “Star Wars: Episodio II- L’attacco dei cloni” dove il settecentesco edificio divenne la sede e la residenza della principessa Padmé Amidala e del governo del pianeta Naboo.  Ma quello di Lucas non è il solo film di successo internazionale che holliwood ha voluto girare nel monumento patenopeo: “Mission Impossible III”, “Angeli e Demoni” sono alcuni dei titoli più famosi, mentre per le pellicole nostrane vale la pena ricordare “Ferdinando e Carolina” di Lina Wertmuller, la fiction Rai “Giovanni Paolo II”, alcune scene della seconda stagione della serie “Elisa di Rivombrosa”, “Il Pap’occhio”.

Esternamente la reggia copre più di 61.000 mq di cui 45.000 circa sono occupati dell’edificio ed i rimanenti dal parco; si alza per cinque piani raggiungendo i 36 metri ed è comprende quattro cortili interni racchiusi in un rettangolo di 250 metri quadri per 200. Per realizzare questo immenso edificio, abbiamo visto ci volle più di un secolo ed il cantiere era immenso: all’apice lavoravano 2700 operai, 300 capomastri, 250 pirati turchi catturati in mare, 330 tra forzati e condannati. Per il trasporto del materiale si utilizzarono persino cammelli ed elefanti.
Superato l’ingresso si accede ad una lunga galleria che attraversa tutto l’asse centrale della reggia e sbuca nel vasto parco, pieno di fontane e vasche. Dalla galleria si accede anche alla visita interna dell’edificio al quale si accede tramite un’imponente scalone a guardia del quale stanno due state leonine. 
La reggia, appare oggi ben conservata ed i mobili (a differenza di quelli di Versailles) sono ancora quelli originali; l’interno è un susseguirsi di immense sale impreziosite da sculture, stucchi, bassorilievi ed affreschi curati in ogni dettaglio e perfettamente conservate. La sala del trono si trova a circa 200 metri dalle scale, in una stanza immensa, dove (viste anche le non notevoli dimensioni della seduta reale) sembra quasi irraggiungibile e distante tanto si perde nella vastità della sala. La stanza del trono è infatti larga 25 metri e lunga 40, con il tetto a volta che si innalza per 15 metri ed è ricoperto di decorazioni con solo due colori predominanti: l’oro ed il bianco.
Nella reggia è presente anche un teatro, voluto dal re dopo che i lavori erano già iniziati e, questo, portò a stravolgimenti nel progetto originale del Vanvitelli che riuscì comunque a realizzare un vero gioiello: una copia in miniatura del teatro San Carlo di Napoli, ed è composto da 42 palchi messi su 5 livelli diversi ed ogni palco è diverso da quello che lo precede. Una caratteristica del teatro sta nel palco che, dietro la scenografia, tramite due portali da accesso al parco che veniva utilizzato per ampliare le scenografie e renderle più spettacolari con incendi o fuochi d’artificio.

Esternamente la reggia è circondata da un parco di circa 120 ettari, anch’esso progettato dall’architetto Luigi Vanvitelli, e che impressiona il visitatore con la sua “via d’acqua”, ovvero una serie di cascate e vasche di hanno una lunghezza di 3 chilometri affiancati da due viali che raggiungono la sommità della collina antistante il palazzo. L’acqua arriva alle fontane tramite “l’Acquedotto Carolino”, anch’esso fatto costruire da Vanvitelli che raccogli l’acqua di sorgenti lontane 38 chilometri e la cui costruzione richiese sedici anni.
La cascata da qui parte l’acqua dalla sommità della collina rappresenta anche una novità ideata da Luigi Vanvitelli e chiamato “effetto cannocchiale” che consiste nella realizzazione di un enorme viale, completamente diritto, che partendo da Napoli termina, per l'appunto nella parte finale del parco della reggia sulla sommità della collina. Purtroppo la morte dell’architetto Vanvitelli, ideatore del progetto, i lavori si fermarono per 4 anni e, alla loro ripartenza, il parco venne terminato non come era nei suoi disegni originali ma come lo vediamo oggi che è una versione (seppur magnifica) ridotta del progetto originale. Nel 1777 il figlio di Luigi Vanvitelli, Carlo, che succedette il padre nella realizzazione dei lavori, presentò al nuovo re Ferdinando IV, una versione ridotta del progetto di suo padre. Infatti, le difficoltà economiche e l'esigenza di completare i lavori più rapidamente, costrinsero a ridurre il numero di fontane nella seconda parte del Parco.

La visita alla reggia è consigliata a tutti, ma bisogna essere disposti a camminare, non solo per la vastità dell’edificio, ma anche per i giardini. Il tempo è un’altra cosa che il visitatore alla reggia deve essere sicuro di avere, visto che ci vuole un’intera giornata.

IL LAGO DI CASTEL DELL'ALPI
 San Benedetto Val di Sambro San Benedetto Val di Sambro (BO)
Il Lago di Castel dell’Alpi si trova nel contesto dell’Appennino Tosco Emiliano all’interno del comune di San Benedetto Val di Sambro. Nel 1951 dal crinale nord-orientale del Monte di Cucchi si staccò una imponente frana che sconvolse un'ampia fascia di versante sino a raggiungere l'alveo del Savena e creando l’unico lago della provincia di Bologna formatosi naturalmente, ma che comportò la distruzione quasi completa dell’antico Borgo di Castel dell’Alpi di cui oggi rimangono solamente l’antica chiesa ed il campanile.
La forma dell’invaso è simile a un imbuto, dove la parte superiore è profonda poco più di 50 centimetri ed è sovrastata da due ponti, oltre il secondo dei quali il lago inizia ad allargarsi variando la sua profondità da tre metri e mezzo fino a tredici metri nella parte più centrale. Il lato dove si trovano i canneti e le legnaie proseguono fino ad un'ansa che è una delle zone di maggior interesse per i carpisti.
Il lago prosegue poi facendo una curva verso destra dove  sorgono numerosi alberi sommersi e profondi canneti che caratterizzano le sue sponde sempre meno accessibili.
Oggi il lago offre ai turisti piacevoli passeggiate nei boschi di castagni e querce che lo circondano e nel periodo estivo diventa una piacevole meta turistica, mentre la pesca è sempre abbondante: il lago è adatto a questo tipo di sport e vi si trovano carpe, tinche e lucci.

A soli 30 minuti da Bologna Castel dell’Alpi rappresenta un angolo meraviglioso di Appennino da non perdere; la camminata intorno al lago si può fare in circa 1h ed è adatta a tutti, anche ai bambini ed anziani:
lungo il percorso si trovano infatti panchine ed aree di sosta, mentre le salite, mai troppo impegnative, sono spesso aiutate da gradini. Nell'ultimo tratto del lungolago (quello vicino a via dei molini) c'è un capitello con una targa a ricordo del 50° anniversario della frana.
A VICENZA PER RISCOPRIRE ANDREA PALLADIO
Vicenza Vicenza (VI)
Il vero nome di Andrea Palladio è Andrea di Pietro della Gondola e nacque a Padova nel 1508 e fu l'architetto più importante della Repubblica Veneta e con il suo stile diede origine ad un intero stile architettonico il palladianesimo. La sua architettura, benché confinata quasi esclusivamente in Veneto divenne famosa in tutta Europa raggiungendo perfino gli Stati Uniti, come dimostra Rotonda dell'Università della Virginia progettata dal 3° presidente degli USA Thomas Jefferson.
Palladio visse principalmente a Vicenza, dove si formò ed in questa città veneta si può, camminando semplicemente tra le vie, assaporare l’armonia delle proporzioni delle sue opere ed il fascino che ha impresso nelle pietre degli edifici: la sua fama presso le istituzioni e le famiglie ricche della città era tale che sembrarono fare a gara per affidargli cantieri.

La Basilica Palladiana sorge nella piazza principale della città. Originariamente edificata da Domenico da Venezia in stile gotico a metà del 1500 venne ristrutturato da Andrea Palladio che aggiunse due ordini di loggiati sovrapposti in stile greco (Ionico e Dorico). 
Altri richiami all’antichità si trovano nell’elemento orizzontale sorretto dalle colonne (la trabeazione) che è rivestito con formelle con tre scanalature verticali (triglifi) alternati a formelle decorate (metope).
La basilica rappresenta il monumento simbolo di Vicenza e, a vederne le bianche colonne, le eleganti linee, gli straordinari chiaroscuri delle logge, non si può che non pensare alle parole si Goethe: ” Non è possibile descrivere l’impressione che fa la Basilica di Palladio”.
Il nome Basilica viene dato dal Palladio in omaggio alle strutture della Roma antica, quale luogo dove si discuteva di politica e si trattavano gli affari; in effetti l’edificio originale era il Palazzo della Ragione (in epoca comunale, l'edificio adibito allo svolgimento della pubblica amministrazione), e nel tempo sede delle magistrature pubbliche di Vicenza.

Sempre in piazza dei Signori è possibile ammirare la Loggia del Capitaniato.
Realizzata molti anni dopo la Basilica Palladiana, a questa si contrappone e non v’è più il ricorso all'equilibrato rigore classico dei gli anni precedenti ma, tramite le quattro gigantesche semi colonne di marmo che incorniciano le tre arcate, l’edificio ha il compito di rappresentare la potenza della Repubblica Veneziana: la Loggia era infatti destinato a residenza del capitano cittadino che rappresentava la massima autorità della Repubblica Serenissima a Vicenza.
Sulla trabeazione si può leggere:”JO. BAPTISTAE BERNARDO PRAEFECTO” a ricordo del capitano Bernardo che finanzio parte della costruzione e che ne fu il promotore; negli intercolumni (lo spazio compreso fra due colonne di un colonnato) laterali sono collocate due statue allegoriche che ricordano la grande vittoria di Lepanto alla quale il comune di Vicenza partecipò sia economicamente che tramite l’invio di milizia, mentre dall’altopiano di Asiago venne fatto arrivare il legname per le navi.

Il Teatro Olimpico è indubbiamente l’opera architettonica più iconica di Vicenza e rappresenta il vertice assoluto della creatività di Andrea Palladio che si ispirò dichiaratamente ai teatri romani. Tra le sue peculiarità ha anche quella di essere il teatro coperto più antico al mondo ed è l’ultima realizzazione del grande architetto rinascimentale che, purtroppo, non poté vederne la fine (morì nel 1580 lo stesso anno dell’inizio dei lavori e cinque anni prima della loro conclusione).
Entrare nel teatro e sedersi sui gradini disposti a semicerchio lascia senza fiato il visitatore: l’interno simula l’ambientazione all’aperto dei teatri classici e la particolare rappresentazione delle vie di Tebe che si intravede dai sette ingressi che si dipartono creano l’idea di profondità richiamando alla memoria i teatri aperti greci; questo richiamo agli spazi aperti è accentuato dai tredici gradoni semicircolari dove si accomoda lo spettatore, dove fanno bella vista una serie di colonne sovrastate da statue marmoree ed un cielo dipinto.
Al teatro vero e proprio si accede tramite due ampie sale realizzate da Vincenzo Scamozzi (che è anche autore delle vie di Tebe raffigurate e che portò a termine i lavori dopo la morte del Palladio), l'Odeo e Antiodeo, decorati con affreschi e con un fregio monocromo che riproduce gli allestimenti teatrali curati dall'Accademia Olimpica di Vicenza prima della costruzione del teatro e spettacoli che furono ospitati al suo interno dopo la sua realizzazione.
L'Accademia, fu un circolo culturale nato qualche decennio prima, che intorno al 1580 diede incarico ad Andrea Palladio di realizzare uno spazio per rappresentare le opere teatrali e le cerimonie. Nell’idea dei committenti progetto doveva ispirarsi al modello di teatro “classico” in base alla riscoperta avuta durante il rinascimento degli studi di Vitruvio, e nel contempo fungere da luogo autocelebrativo per l'aristocrazia Vicentina.

Sebbene la storia artistica di Vicenza è strettamente legata al genio creativo di Andrea Palladio la città è da vivere in ogni dettaglio attraverso strade e vicoli che racchiudono un piccolo grande gioiello architettonico in ogni suo angolo, tanto che dal 1994, grazie i contributi alla storia dell’arte dati dal Palladio e la perfetta integrazione tra architettura e urbanistica, la città veneta è entrata nella “world heritage list” dell’UNESCO. 
Per chi ama le escursioni enogastronomiche non mancano le occasioni per assaporare la tipica cucina veneta, povera ma ricca di sapori come il baccalà alla vicentina, il formaggio Asiago, o “bruscadoli” tipici asparagi dei Colli Berici.

IL CASTELLO DI MIRAMARE
Trieste Trieste (TS)
Il castello di Miramare fu fatto edificare da Ferdinando Massimiliano d'Asburgo su di un promontorio a strapiombo sul mare, nei pressi della baia di Grignano, quando divenne Imperatore e dove visse con la moglie Carlotta prima di essere assassinato in Messico dopo che si ritirò dagli incarichi politici, visto che era considerato dal fratello Francesco Giuseppe un sovrano troppo moderno ed estraneo ai piani dell’impero austriaco.
Lo stesso Carducci che ebbe modo di visitare la città di Trieste nel luglio 1878 scrisse il componimento “Miramar”, pubblicato nel Libro I delle Odi Barbare e che fu ispirato proprio da questo bellissimo castello. 

Massimiliano, era affascinato dalla marina e dal mare e questa sua passione si trova nelle sue stanze personali del castello: la camera da letto privata risulta piccola e razionale come la cabina di una delle sue navi o nella IV sala, detta Saletta Novara che era lo studio dell'Arciduca e che è la perfetta riproduzione del quadrato di poppa della fregata "Novara". Queste due stanze rappresentano però l’eccezione delle stanze in quanto l’arredamento nel resto del castello ha la raffinatezza dei mobili europei più belli delle nazioni all’ora considerate “civili” e non mancano elaborati lampadari e sontuose stanze, nonché una nutrita biblioteca.
Il fatto che l’arciduca avesse seguito personalmente la progettazione del castello si nota nel rapporto che quest’edificio ha con il mare antistante nel quale si immerge lentamente tramite scenografica sequenza di scale e balaustre, mentre all’interno del castello le stanze hanno enormi finestre si affacciano sul Golfo di Trieste.

Il parco del castello è un rigoglioso giardino di circa 22 ettari che circonda il castello. Fino alla metà del XIX secolo sul promontorio di Grignano era paesaggio tipico della flora carsica; quando il granduca decise di costruirvi un castello ed un parco la sua intenzione fu quella di riuscire a coniugare i principi dei giardini nordici con la ricchezza botanica mediterranea, ispirandosi ai criteri compositivi del giardino romantico ottocentesco. Si inizio così l’acquisto di lotti di terreno, affidando rispettivamente, la realizzazione del piano architettonico e quello del parco all’architetto Carl Junker ed al giardiniere Wilhelm Knechtel.
Nel parco vennero realizzati numerosi padiglioni: il Castelletto (Garten Haus) dove l’arciduca
Massimiano visse in attesa della costruzione del castello, la Kaffeehaus, lo Chalet svizzero, e molti altri edifici come la Radonetz, casa Gerlanz o la casa Jelinek, le scuderie, il portale principale di accesso con annessa portineria sulla carrozzabile verso la città, diverse voliere e gazebo.

Sicuramente chi si trovasse a Trieste e volesse rivivere lo spirito romantico della fine ‘800 deve visitare il castello di Miramare, una bianca perla che si affaccia sul mare ed il suo parco, lo sfondo perfetto per la storia d’amore di Massimiliano e Carlotta che purtroppo non poterono viverlo

SENTIERO NELLA ROCCIA PER SAN ROMEDIO
Sanzeno Sanzeno (TN)
Se si passa per la Val di Non l’antico e pittoresco paesino di Sanzeno merita sicuramente una visita. Se poi si ha voglia di farsi una piccola camminata dal suo centro si dipana un sentiero che attraverso valli, boschi, meleti porta all’antico santuario di San Romedio.
Per chi, come chi scrive, ha avuto la possibilità di fare il percorso durante l’autunno può facilmente avere la sorpresa di trovarsi a camminare attraverso meleti i cui frutti colorati vanno dal rosso al giallo passando per il verde chiaro. Appena usciti dai meleti si incontra un bosco che ci accompagnerà per quasi tutto il percorso che viene interrotto solamente quando incontra lo sperone di roccia attraverso il quale è stato scavato un percorso che sale lungo la montagna in maniera gradevole e per nulla impegnativa.
Sicuramente questo punto del percorso è quello più affascinante offrendo un panorama mozzafiato perpendicolare alla strada ed ai boschi sottostanti o alla vallata che ci lasciamo alle spalle.
Dopo circa un’ora di passeggiata (sono circa 5Km tra andata e ritorno) si raggiungono le pendici della roccia, alta circa 90 metri, sulla quale sorge il Santuario di San Romedio, uno dei più caratteristici eremi presenti in Europa.
Secondo la leggenda fu qui che San Romedio visse come eremita in compagnia solo di un orso ed è per questo che in un’area faunistica adiacente l’ingresso è ospitato un orso trentino di nome Bruno che vive in semilibertà ed è diventato la mascotte del luogo.
È dal 1958, quando il senatore conte Gian Giacomo Gallarati Scotti, membro d’onore del comitato di fondazione del WWF in Italia, comprò Charlie, un orso destinato a morire perché la sua pelle fosse venduta, e lo donò al santuario di San Romedio che l'area faunistica del santuario di San Romedio ha iniziato a dare asilo ad esemplari di orso altrimenti destinati ad una sorte più triste. Il senatore Gallarati Scotti ricordò la leggenda del santo che, ormai vecchio, si sarebbe incamminato verso la città deciso ad incontrare il Vescovo di Trento Vigilio. Lungo il percorso il suo cavallo sarebbe stato sbranato da un orso, Romedio tuttavia non si diede per vinto e avvicinatosi alla bestia sarebbe riuscito miracolosamente a renderla mansueta e a cavalcarla fino a Trento. Quando al ritorno da Trento Romedio scelse di dedicare la sua vita all'eremitaggio, l'orso divenne il suo unico compagno fino alla morte.

Il Santuario di San Romedio è formato da cinque piccole chiesette sovrapposte costruite fra il 1000 ed il 1918, tutte edificate su uno sperone di roccia e unite tra loro da una lunga scalinata di 131 gradini.
La chiesa Antica, la prima costruita e che conserva in urne le reliquie del Santo si trova all’entrata, del complesso, segue la chiesa maggiore di S. Romedio eretta nel 1536, la chiesetta di S. Michele che è databile intorno al 1514, la chiesetta di S. Giorgio del 1489 per finire con la chiesetta dell'Addolorata, costruita in ringraziamento per la pace dopo la guerra del 1915-18.
All’interno della chiesa sono conservati moltissimi ex voto, alcuni dei quali (i più antichi sono del del XV, XVI e XVII secolo) sono vere e proprie opere d’arte, ma, d’altronde, tutte le chiese antiche che compongono il santuario sono piene di affreschi che meritano di essere ammirati.
Al ritorno il visitatore può scegliere di fare la strada normale asfaltata più corta oppure ripercorrere il sentiero e ammirare la bellezza delle vedute da un’angolazione diversa
LA CAPITALE EUROPEA DELLA CULTURA 2019
Matera Matera (MT)
Matera è una città che è rimasta immutata nei tempi e visitare la città è come entrare in un presepe tanto che nel 2004 Mel Gibson decise di girare qua il suo film “The Passion of Christ”; ma quello di Gibson non è ne il primo ne l’ultimo dei film girati in questa città. Negli anni altri famosi registi hanno ambientato i loro capolavori in questa città tra questi ricordiamo “La Lupa” del 1956 di Lattuada, “Anni ruggenti” di Luigi Zampa del 1962, “Il vangelo secondo Matteo” di Pasolini del ’64, “Cristo si è fermato a Eboli” di Rosi nel  1979, “L’uomo delle stelle” di Tornatore (1995), il remake di “Ben Hur” del 2015, per finire nel 2019 con “No Time to Die” l’ultimo film della saga di 007.
Questa luna lista di film severe solo per dare un’idea di come sia speciale la città dei sassi dove, fino agli anni ’50, la maggior parte della popolazione viveva ancora nelle case grotte come ai tempi dei primi insediamenti. 

Matera è una città nata nel tufo, che i geologi chiamano calcarenite, un materiale friabile e adattabile che i maestri artigiani del luogo hanno imparato a lavorare con grande maestria e, mentre scavavano per estrarre il tufo, alla gente del luogo sembrò normale crearsi l’abitazione all’interno di quelle rocce. Piano piano il numero delle abitazioni è cresciuto e nella stesa roccia vennero scavate viuzze, chiese, piazze creando la struttura urbana della città che conosciamo oggi e che diede il soprannome a Matera di città dei Sassi.

Negli anni ’50, per proteggere gli abitanti dalle malattie dovute alla scarsa igiene nella quale vivevano il governo italiano creò la città nuova dove vennero fatti spostare gli abitanti dei sassi: dopo la Seconda Guerra Mondiale, con la denuncia di Carlo Levi, Matera fu presa a modello di quello che era l’arretratezza e la povertà dell’Italia meridionale. I Sassi erano un groviglio di case sovraffollate, sporche, in cui mancano le più elementari condizioni sanitarie per vivere degnamente, a partire dalla mancanza di fogna e di acqua corrente, tanto che la mortalità infantile era una delle più alte in Italia (su 1000 bambini nati 463 nascevano morti, contro la media nazionale ferma a 112).
Per volere di Adriano Olivetti (all’epoca presidente dell’Istituto Nazionale dell’Urbanistica) nacque la “Commissione per lo studio della città e dell’agro di Matera”, con lo scopo di avviare un’indagine per conoscere a fondo le condizioni di vita degli abitanti dei Sassi e successivamente proporre soluzioni per trasferirli in quartieri nuovi. Nel maggio 1952 lo Stato Italiano, con l’allora presidente del consiglio Alcide De Gasperi e con il ministro Colombo, tramite la “Legge Speciale per lo sfollamento dei Sassi” impose a circa diciassettemila persone, di abbandonare le proprie case per trasferirsi nei nuovi rioni.
I Sassi divennero così una città fantasma e gli ex abitanti ottennero case nuove pagando canoni di affitto irrisori in cambio della cessione delle loro vecchie dimore al demanio. Il degrado e l’abbandono si impossessarono delle grotte e delle chiese rupestri, mentre la città si espandeva nei quartieri nuovi secondo il Piano Regolatore.
Nel 1986, grazie alla Legge Speciale n. 771, si autorizzò i cittadini a tornare nei vecchi rioni in tufo per farli rivivere, invertendo quello che era stato il flusso forzato verso i nuovi quartieri; questo periodo rappresenta l’inizio di una nuova alba per i Sassi e per la città trasformando quello che era chiamato la “Vergogna nazionale” in uno dei centri storico culturali più importanti ed unici del mondo.
Bisogna però aspettare il 9 dicembre del 1993 affinché l’UNESCO dichiarasse i Sassi “Patrimonio Mondiale dell’Umanità”, facendone il sesto sito italiano ad entrare a far parte di questo speciale elenco, ed il primo dell’Italia meridionale.
Negli anni seguenti la città è cresciuta e con essa anche il turismo vedendo la nascita di numerosi ristoranti, hotel e b&b.

Tra i luoghi da visitare nella città dei sassi sicuramente non bisogna perdere il “Palombaro lungo”, la grande cisterna che si trova sotto la centrale piazza Vittorio e che venne utilizzata fino ai primi anni del ‘900 per la raccolta dell’acqua potabile. Per visitare questo luogo esiste un suggestivo percorso, la cui visita deve essere prenotata, che permette di osservare questa incredibile cisterna scavata nella roccia che è una tra le più grandi al mondo.
Per chi visita Matera, poi, imperdibile è la visita a una delle tante casa-grotta scavate nella roccia che sono state oggi recuperate e trasformate in musei dove è stato ricostruito il tipico ambiente nel quale vivevano i materani fino alla metà del secolo scorso; così come imperdibile risulta la visita alle chiese rupestri.

Da un punto di vista enogastronomico Matera è una città dalla tradizione culinaria molto antica basata sulla semplicità dei piatti che fanno largo uso di portate a base di formaggi, legumi, carni e verdure, il tipico Pane di Matera nonché i rinomati peperoni cruschi che consigliamo vivamente di mangiare sulle bruschette; oltre che sul pane questi peperoni, dolci e croccanti, sono usati anche per condire i piatti di pasta fresca come i cavatelli, la tipica pasta preparata con farina di grano duro, acqua e sale e poi tagliata a pezzetti.
Questi piatti tipici vanno accompagnati con uno dei vini DOC del luogo come il Matera Rosso, oppure un "Matera" Primitivo od il "Matera" Rosso Jonico; se si preferiscono i vini bianchi, invece, segnaliamo il "Matera" Greco ed il "Matera" Bianco.

Matera, come Venezia, è una città unica nel suo genere che merita di essere visitata almeno una volta nella propria vita.
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