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By Filippo Brunelli


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Elezioni Europee -e non- nell’era della post-verità e delle AI
Elezioni Europee -e non- nell’era della post-verità e delle AI

A settembre 2023 Vera Jourova, commissario per i valori e la trasparenza dell'Unione Europea, ha dichiarato pubblicamente che X (ex Twitter) è la piattaforma con il “più alto rapporto di post di dis/misinformazione” (largest ratio of mis/disinformation posts) tra le piattaforme che operano anche in Unione Europea. Nulla di strano in questo visto che, da quando è stata acquistata da Musk, la storica piattaforma ha attuato una serie di cambiamenti culminati con la decisione di ritirarsi dagli impegni di rispettare il codice di condotta volontario sulla disinformazione del 2022.
A pochi mesi dalle elezioni europee c’è da chiedersi quanto la disinformazione e la propaganda possano influenzare l’esito degli scrutini e quanto e quali attori ne possono trarre beneficio.


Gli attori

Una delle preoccupazioni maggiori è sicuramente legata all’attuale situazione geopolitica, in particolar modo alla guerra Russo-Ucraina: è di pochi giorni fa (gennaio 2024) la notizia, riportata da Der Spiegel che gli analisti del ministero degli Esteri tedesco hanno scoperto una campagna di disinformazione pro-Russia su X attuata tramite 50mila account falsi. Questo a pochi giorni dalla pubblicazione del report europeo “2nd EEAS Report on Foreign Information Manipulation and Interference Threats” e dalla dichiarazione del World Economic Forum, che sottoline quanto la disinformazione, anche con l’aiuto dall’intelligenza artificiale, sia la principale minaccia a livello globale nell’immediato futuro.
In particolare il report dell’EEAS evidenzia che l’Ucraina è il principale bersaglio delle attività di FIMI (Foreign Information Manipulation and Interference), soprattutto da parte della Russia, che usa le usa come strumento nella sua guerra di aggressione, ma evidenzia anche la diversità dei bersagli di questi attacchi che includono istituzioni come l’UE o la NATO, i media classici, singoli individui come politici o celebrità, e gruppi sociali come la comunità LGBTIQ+. Sempre secondo questo report, oltre all’Ucraina i paesi più bersagliati sono risultati Stati Untiti, seguiti da Polonia, Germania, e Francia.
La Russia, sembra quindi essere il principale attore (direttamente o indirettamente) di campagne di disinformazione in occidente; d'altronde la campagna di propaganda Russa (sempre secondo il report EEAS pp.12-13) era iniziata già prima dell’invasione dell’ Ucraina.


Quali pericoli per le elezioni.

Già nel 2017, dopo le elezioni a presidente degli Stati Uniti di Donald Trump, un rapporto dell'Australian strategic policy institute (Securing Democracy In the Digital Age) aveva dimostrato come le fakenews possono condizionare gli esiti delle urne elettorali.
Secondo lo studio sopra citato, le settimane prima delle elezioni del 2016, un grande flusso di false informazioni, circolate in rete, hanno generato dubbi sulla credibilità dei media generando confusione e, soprattutto, indecisione tra gli elettori. Stando a quanto si evince, infatti, quello che conta maggiormente è quello che chiamano auto-percezione degli utenti: non è necessario che la notizia o il post di disinformazione convinca tutti, basta che sia in grado di generare un certo livello di confusione in modo –come nel caso delle elezioni americane del 2016 – da screditare i media tradizionali e generale indecisione tra gli elettori.
Ma quello delle elezioni USA non è il solo caso eclatante: sempre nel 2016, in occasione del referendum tra i cittadini del Regno Unito che erano chiamati all’uscita dall’ Unione Europea la disinformazione ha giocato un ruolo importante.
Il film per la televisione del 2019 “ Brexit: the incivil war” descrive come Dominic Cummings (considerato l’ architetto della Brexit) decide di usare i social media e internet come mezzi di marketing piuttosto che la campagna tradizionale. In particolare (come fa notare la giornalista Carole Cadwalladr), tramite una serie di annunci fuorvianti sul social network Facebook, gli elettori più vulnerabili ed incerti, furono convinti a votare per il leave, anche grazia al lavoro della società Cambridge Analytica che aveva raccolto i dati personali di 87 milioni di account Facebook senza il loro consenso e li aveva usati per scopi di propaganda politica.
Da allora le istituzioni europee hanno iniziato una serie di riforme (soprattutto in fatto di privacy) che hanno portato a creare regole per impedire che casi simili si possano ripetere ma non sembra essere sufficiente: la disinformazioni può utilizzare diversi metodi per influenzare le elezioni di un paese o all’interno della UE. Attualmente sembra che il metodo più utilizzato sia quello di creare o amplificare false narrative su temi sensibili o controversi, come la migrazione, i diritti LGBT+, il cambiamento climatico, i diritti umani, la salute, ecc. In questo modo si possono indurre gli elettori a votare in base a informazioni errate o incomplete, o a perdere fiducia nelle istituzioni democratiche e nei media, proprio come è accaduto durante l’epidemia di Covid-19 quando la disinformazione sui vaccini ha indotto molte persone a non vaccinarsi e ha creato il movimento no-vax.br />


AI nuovo nemico

Ma oggi, alla vigilia di una serie di importanti appuntamenti elettorali sembra essere quello generato dall’utilizzo improprio del’ intelligenza artificiale il pericolo che potrebbe più di ogni altro minare la base delle istituzioni democratiche: tramite l’utilizzo di AI si possono non solo generare chatbot ma anche profili falsi che, a loro volta, generano contenuti che sembrano veri; oppure, si si ha la possibilità di creare post con video di personaggi famosi ai quali viene fatto dire quello che si vuole.
Sebbene i controlli presenti sui social - riescono ad impedire (quasi sempre) la pubblicazione di questi post, capita che talune volte, alcuni contenuti, riescano a sfuggire per qualche minuto (o qualche ora) alla censura, così da venir distribuiti in rete e condivisi. In questo caso si parla di DeepFake e di questo tipo di disinformazione, che sfrutta la figura di politici più o meno importanti, ne abbiamo parecchi come nell’esempio del video in cui il presidente degli Stati Uniti Joe Biden sembra dire frasi incoerenti e confuse, creato per screditarlo durante la campagna elettorale del 2020 e che per molti è ancora considerato vero, oppure il video nel quale il presidente francese Macron annuncia l’uscita della Francia dall’Unione Europea.
Inutile dire come questo tipo di propaganda sia pericolosa in una democrazia, specialmente in periodo di elezioni e, sebbene l’Unione Europea cerchi di dotarsi di regole per poter discernere il vero dal falso (
vedi il mio precedente articolo:”Questo articolo non è stato scritto da un AI!”) il pericolo esiste ed è reale.


Come possiamo difenderci?

Il 2024 vedrà i cittadini di tutto il mondo chiamati a esercitare il diritto di voto in almeno 83 elezioni, comprese le elezioni del Parlamento europeo per i 27 Stati membri dell'UE. Il rapporto EAS, in vista di quest’importante processo democratico, propone delle risposte nel caso specifico delle FIMI durante i processi elettorali. Inutile dire che il passo più importante è quello di rafforzare la resilienza della società tramite campagne di sensibilizzazione (la rai sta già attuando questa pratica tramite degli spot) e l’alfabetizzazione informatica ed informativa.
Ma sensibilizzare e alfabetizzare potrebbe non essere sufficiente così si suggerisce anche di attivare misure legate all’azione esterna dell’UE, tra cui la cooperazione internazionale, il meccanismo di risposta rapida del G7 (la bozza dei questo meccanismo era stata proposta già nell’incontro del 2021) e le sanzioni contro gli organi di informazione controllati dal Cremlino.
Tutto questo sarà sufficiente? Forse no, ma noi come comuni cittadini possiamo fare quello che abbiamo ripetuto da anni su queste pagine riguardo la disinformazione: non lasciare che i nostri bias cognitivi condizionino le nostre valutazioni, approfondire la notizia, cercarne la fonte, e così via.
Gli stati hanno invece la maggior responsabilità e, visto che è impossibile impedire l’accesso ad un sito che ha i server all’estero (le VPN permettono di baypassare quasi ogni tipo di blocco del genere) dovrebbero iniziare a considerare i social network responsabili delle notizie che vengono diffuse tramite i loro canali e, visto che per società come X, Facebook, eccetera, quello che conta sono i profitti prima di tutto, iniziare a sanzionare pesantemente nel caso vi siano evidenti e massicce forme di disinformazione che possano pregiudicare non solo lo svolgimento regolare delle elezioni, ma anche la normale vita politica di un paese.

 

 


Bibliografia:


- European Union commissioner blasts X over disinformation track record | CNN Business
- Codice di condotta sulla disinformazione 2022 | Plasmare il futuro digitale dell'Europa
- EEAS-2nd-Report on FIMI Threats-January-2024_0.pdf (europa.eu)
- Desinformation aus Russland: Auswärtiges Amt deckt pro-russische Kampagne auf - DER SPIEGEL
- Securing Democracy In the Digital Age
- Carole Cadwalladr: Facebook's role in Brexit -- and the threat to democracy | TED Talk
- Brexit: The Uncivil War (film Tv 2019)

 

Hate Speech Online
Hate Speech Online

In italiano il termine “Hate speech” è tradotto con le parole “incitamento all’odio” ma, il vero significato di queste due parole, è molto più profondo e concerne aspetti della vita che trascendono quello che è il solo comportamento online. Le parole che vengono espresse nell‘ Hate speech sono infatti dei veri e propri discorsi offensivi rivolti a un gruppo o ad un singolo individuo, sulla base di caratteristiche intrinseche, sessuali o religiose e, la maggior parte delle volte, questi discorsi sono basati su degli stereotipi.
L’utilizzo dei media per incitare all’odio verso delle minoranze o dei gruppi non è una novità dell’era di internet, basti pensare ai “Protocolli dei Savi di Sion” che hanno dato origine ai vari pogrom tra la fine del ‘800 ed i primi anni del ‘900, oppure all’utilizzo della propaganda (sempre antisemita) operata  dal regime Nazista per giustificare l’Olocausto.
Alla fine degli anni ’90 del XX secolo il fenomeno dell’ “Hate Speech” e dei diritti civili nel cyberspazio iniziò ad essere dibattuto dalla giurisprudenza statunitense con una certa preoccupazione ed un grande senso di urgenza.
Nei paesi democratici, i media definiti tradizionali, hanno da tempo adottato dei codici deontologici atti a impedire l’utilizzo dell’incitamento all’odio, così come i singoli stati e le istituzioni nazionali e sovranazionali hanno iniziato, a partire dal primo decennio del XXI secolo, ad attuare delle leggi e delle riforme atte a contenere quello che, a tutti gli effetti, può essere considerato un reato.
In particolare, nell’ultimo decennio, l’attenzione dei vari legislatori si è focalizzata sull’uso di un linguaggio d’odio verso gruppi etnici, minoranze, singole persone o categorie (giornalisti, magistrati, poliziotti, ecc.) nell’ambito dei social media e del mondo internet: infatti dato che il cyberspazio offre libertà di comunicazione e di esprimere le proprie opinioni liberamente, gli attuali social media vengono spesso utilizzati in modo improprio per diffondere messaggi violenti, commenti e discorsi che incitano all’odio.

Un primo passo
Nel maggio del 2016 Facebook, Microsoft (per quanto riguarda i servizi ai consumatori da loro ospitati), Twitter e YouTube hanno sottoscritto un codice di condotta per contrastare la diffusione di contenuti che incitano l’odio in Europa. Nel 2018 anche Instagram e Google+ (non più attivo) aderirono all’accordo a dimostrazione di quanto le piattaforme online prendano in considerazione questo fenomeno.
Riassumendo brevemente il codice di condotta scopriamo che impone a tutte le società informatiche firmatarie norme che vietano agli utenti di postare contenuti che incitano alla violenza o all'odio ai danni di gruppi protetti; come conseguenza, tutte le piattaforme hanno aumentato considerevolmente il numero di persone che monitorano e esaminano i contenuti. Secondo alcuni test fatti dalla Commissione Europea già nel 2018 la maggior parte delle società firmatarie  rimuovono in media l’89% dei contenuti segnalati entro le 24 ore o ne bloccano l’accesso in attesa di ulteriori verifiche.
Visto che il codice di condotta integra, a livello giuridico, quanto contenuto nel “Quadro 2008/913/GAI del Consiglio, del 28 novembre 2008 , sulla lotta contro talune forme ed espressioni di razzismo e xenofobia mediante il diritto penale”,  tutte le società che hanno aderito al codice di condotta hanno designato rappresentanti o uffici locali nei vari paesi, al fine di facilitare la comunicazione e la cooperazione tra le società e le autorità nazionali: il “quadro 2008/913/GAI”  impone che gli autori di reati di illecito incitamento all'odio, siano essi online o offline, siano perseguiti in modo efficace.
Va infine segnalato che, ad oggi, la maggior parte delle segnalazioni non vengono fatte da altri utenti, ma da sistemi di AI automatici che talvolta non riescono a contestualizzare una discorso o una parola e generano anche dei falsi.

Tipi di odio online più diffusi
Dobbiamo distinguere due tipi di incitamento all’odio: quello indirizzato a dei gruppi o quelli ad una singola persona. Tra quelli in gruppi risultano più evidenti alcuni sottogruppi.
- L’incitamento all'odio religioso online è un tipo di “Hate speech” che è definito come l'uso di parole infiammatorie ed un linguaggio settario per promuovere l'odio e la violenza contro le persone sul in base alla loro appartenenza religiosa.  A livello mondiale la religione più soggetta a questo tipo di odio è l’Islam: i contenuti anti-islamici si esprimono lungo un ampio spettro di strategie discorsive, in cui le persone giustificano l’opposizione all’Islam basata principalmente sulle azioni terroristiche dei musulmani in diversi paesi. L’hashtag #StopIslam è stato utilizzato per diffondere discorsi di odio razziale e, la disinformazione diretta verso l’Islam e i musulmani, è andata avanti su Twitter dopo gli attacchi terroristici del marzo 2016 a Bruxelles
- Il razzismo online è un altro tipo di razzismo indirizzato a dei gruppi identitari e spesso si identifica con la xenofobia. Pur non essendo un fenomeno nuovo il razzismo, spostato online, acquista maggiore forza dato che nel buio della propria stanza gli utenti del web hanno meno paura ad esprimere le loro idee.
- L’odio politico, quando espresso online, ha la stessa forza e  “cattiveria” che si trova nell’odio raziale e, talvolta, si incrocia: in Gran Bretagna, i tweet dopo il referendum sulla “Brexit”, sono stati seguiti da un aumento degli episodi islamofobici. Questi sentimenti anti-islamici erano legati alla religione, all'etnia, alla politica e al genere, promuovendo la violenza simbolica.
Spesso l’odio politico e di genere si mescolano arrivando a conseguenze catastrofiche come nel caso della deputata presso la Camera dei Comuni del Regno Unito Jo Cox, alla quale è stata intitolata la “Commissione sull’intolleranza, la xenofobia, il razzismo e i fenomeni di odio”, voluta dall’allora presidente della camera Laura Boldrini e  dalla quale risulta che le donne, in particolare, sembrano essere le prime vittime dell’odio online.
- L’odio di Genere è un tipo d’odio che è in crescita online. Il progetto italiano “Italian Hate Map” (nel 2018), ha analizzato 2.659.879 Tweet dove le donne sono state il gruppo più insultato,  seguite da gay e lesbiche.
Moltissime donne che hanno blog o sono personaggi pubblici hanno sofferto esperienze negative online che non solo riguardano commenti offensivi ma anche stalking, troll, minacce di  stupro, minacce di morte, spiacevoli incontri offline, intimidazioni, discredito, estrema ostilità nel contesto forma di sessismo digitale nelle chat room o nelle sezioni dei commenti.
Sempre nei crimini d’odio di genere compaiono quelli commessi nei confronti delle comunità Lgbt+. Emblematico è l’esempio dell’omicidio perpetrato in Slovacchia nell’ottobre del 2022 quando un 19enne spara davanti ad un bar frequentato da membri della comunità gay uccidendo due persone. È spaventoso che suoi social il killer avesse pubblicato post antisemiti ed omofobi ma, ancora più spaventoso, fu che a seguito di questa aggressione diversi tweet sono stati fatti in sostegno del ragazzo e contro la comunità Lgbt+.
Quando parliamo di odio online verso una singola persona, solitamente, l’ ”hate speech” non si limita ad attaccare un soggetto in quanto tale ma in quanto appartenente anche ad un gruppo. Ecco che la giornalista è attaccata perché giornalista e perché donna, il politico perché gay e perché appartenente ad una determinata area politica o il compagno di scuola viene deriso nella chat perché timido e perché magari non è italiano.
Tra i tipi di odio indirizzati ad una singola persona spicca Il Cyberbullismo. Questo fenomeno, che colpisce principalmente giovani e adolescenti, non è altro che l’evoluzione del classico bullismo ma che risulta amplificato nel mondo virtuale dall’eco mediatico dato da una platea di utenti ampia come può essere quella del web.
Una ragazza o un ragazzo che in classe, in palestra o comunque in un gruppo sociale chiuso, viene preso in giro per il suo modo di comportarsi o perché magari timido e impacciato, attraverso i social network subisce le stesse angherie che subisce nel gruppo ma, adesso, sono  proiettate nel mondo virtuale e quindi ad un pubblico più ampio. Negli ultimi anni sono state migliaia le segnala di questo tipo di odio che ha portato, in alcuni casi, alla morte del soggetto bullizzato.

Chi sono gli odiatori online?
Al di là di gruppi nati per diffondere odio e disinformazione con specifiche finalità politiche o destabilizzanti chi sono i così detti haters o “leoni da tastiera”? 
Sono principalmente persone che presentano una mancanza di empatia e spesso anche di cultura e conoscenza (Effetto Dunning-Kruger), che hanno difficoltà a relazionarsi con gli altri, a sostenere confronti e discussioni costruttive. Vivono la maggior parte della loro vita in una ristretta cerchia di amicizie e conoscenze creando così una echo-chamber per le loro idee. La possibilità di nascondersi dietro uno schermo dà a queste persone, subdole e vigliacche, la forza di esprimere l’odio e la frustrazione che si portano dentro. Sono persone che se incontrate nel mondo reale avrebbero tutt’altro comportamento ma nell’apparente anonimato del web danno sfogo a tutta la loro aggressività.
Spesso la disinformazione e l’odio online vanno di pari passo: forti dell’idea che “uno vale uno”, gli haters si sentono incoraggiati ad esprimere le loro idee senza la necessità di motivarle (la maggior parte delle volte non hanno una motivazione da dare) ma facendole valere con il puro odio che di manifesta nell’utilizzo di parole ed espressioni contro un gruppo sociale, religioso o contro una giornalista (la maggior parte dei giornalisti colpiti dall’odio in rete sono donne!) solo per il fatto di essere donna.
Secondo una ricerca del 2018 “Internet Trolling and Everyday Sadism: Parallel Effects on Pain Perception and Moral Judgment”, la personalità dei leoni da tastiera a tre componenti:  il narcisismo, la psicopatia e  il machiavellismo.
Il primo elemento si caratterizza per senso di importanza e  superiorità, il bisogno di lusinghe e di riconoscimento nonché l’incapacità di accettare le critiche; la psicopatia, invece, riguarda l’impulsività, la scarsa empatia, nonché la mancanza di rimorso per le proprie azioni e la mancanza di  compassione verso il soggetto del loro attacco. Infine, per machiavellismo, si considera una personalità manipolativa, fredda con scarso senso morale e tendente all’inganno.
Gli haters hanno anche una grande componente sadica: dalle loro azioni traggono piacere nel farle e un senso di potenza (che nella vita reale non hanno) dall’aver arrecato danno agli altri.

Come comportarsi e come proteggersi dagli haters online?
Ci sono vari modi di comportarsi difronte a situazioni di odio online e, a seconda della gravità e frequenza del fatto vanno prese in considerazione l’una piuttosto di un’altra.
- Ignorare e restare in silenzio: questo metodo è forse il più facile e spesso da buoni risultati in quanto, dopo poco, l’haters si stanca e cerca un altro soggetto su cui indirizzare le sue campagne d’odio.
- Rispondere con cortesia e precisione alla critica, usando un tono neutro. Questo metodo potrebbe sembrare facile ma, non sempre da dei buoni risultati e spesso si genera una discussione interminabile che dà forza al leone da tastiera che ci sta attaccando.
- Eliminare e bloccare la persona. Semplice, veloce e indolore quest’azione ci libera da tanta fatica e arrabbiature. Risulta forse la soluzione migliore da attuare.
- Segnalare, denunciare: questo metodo è da considerare solo in casi estremi e per fatti veramente gravi quali minacce, diffamazione o insulti tesi a ledere la dignità personale o anche nel caso di cyberbullismo.


Considerazioni
Ricorrendo a parole, immagini e suoni, l’hate speech può mirare sia a disumanizzare e sminuire i membri di un certo gruppo, ritraendoli come sgradevoli e sgraditi, sia a rafforzare il senso di adesione al proprio gruppo egemone (e in pericolo, ci stanno facendo scomparire, vogliono che pensiamo tutti in maniera uguale, ecc…). Tramite l’hate speech si possono spostare le idee da un piano puramente virtuale ad uno reale con conseguenze a volte drammatiche.
Quando di parla di hate speech è importante tener conto che non è facile tracciare una linea che separa l’odio d’espressione dalla libertà di espressione: non si tratta di distinguere tra bianco e nere ma tra sottili linee di grigio.
Per finire dobbiamo tener conto che bisogna impedire che le piattaforme social diventino gli unici regolatori della libertà d’espressione online, soppiantando il ruolo dell’autorità pubblica. Un esempio è quello accaduto il 9 settembre del 2019, quando Facebook ha chiuso gli account del partito italiano di estrema destra Casapound perché non allineati alla policy del sito contro l’incitamento all’odio. Con l’ordinanza n. 59264/2019 il tribunale civile di Roma ha accolto il ricorso di Casapound e ha ordinato a Facebook la riattivazione immediata del profilo, sostenendo che l’esclusione del movimento di estrema destra dal social implicasse l’esclusione anche dal dibattito politico di quest’ultimo. Infine nel dicembre 2022, una nuova sentenza del tribunale di Roma ha riconosciuto il diritto esercitato da Meta a chiudere le pagine di CasaPound Italia aperte su Facebook. Abbiamo quindi visto un rimbalzare di decisioni su quello che era da fare ed un conflitto tra la società che gestisce il servizio social e la Giustizia Italiana su chi avesse potere decisionale.
L’hate speech è un fenomeno dannoso e pericoloso sia per la singola persona che viene attaccata che per i gruppi religiosi/etnici/politici/di genere che possono subire discriminazioni, e verso i quali si può generare una campagna d’odio degna dei regimi totalitari degli anni ’30 del XX secolo. È quindi sempre più importante che vi sia un lavoro di sinergia tra social network e governi per gestire e legiferare in maniera corretta, riaffermando il potere decisionale delle autorità pubbliche rispetto a quello delle singole piattaforme che, spesso, prendono decisioni arbitrarie.
Altrettanto importante che si continui a fare campagne di sensibilizzazione nelle scuole e nei media, sia tradizionali che no, affinché sempre più persone siano sensibilizzare sul problema e imparino la differenza tra libertà di espressione e odio.
Bisogna, infine,  ripensare alla rete internet come un nuovo spazio di democratizzazione digitale dove vengono rispettati e tutelati i diritti individuali come lo sono nella vita reale: la rete deve passare da vettore polarizzante di idee a strumento per la circolazione ed il consolidamento di conoscenza.

 

Bibiliografia:
Contrastare l'illecito incitamento all'odio online: l'iniziativa della Commissione registra progressi costanti, con l'adesione di ulteriori piattaforme”, Gennaio 2018, Commissione Europea.
Relazione finale della Commissione ‘Jo Cox’ sull'intolleranza, la xenofobia, il razzismo e i fenomeni di odio”, Camera dei deputati
Risoluzione del Parlamento europeo del 20 ottobre 2022 sull'aumento dei reati generati dall'odio contro persone LGBTIQ+ in Europa alla luce del recente omicidio omofobo in Slovacchia”, Gazzetta ufficiale dell’Unione europea, 20 ottobre 2022.
Elsevier: “Internet, social media and online hate speech. Systematic review”, Sergio Andres Castano-Pulgarín, Natalia Suarez-Betancur, Luz Magnolia Tilano Vega, Harvey Mauricio Herrera Lopez, 2021
Hate speech review in the context of online social networks”, Naganna Chetty , Sreejith Alathur, National Institute of Technology Karnataka, Surathkal, India, 2018.
Internet Trolling and Everyday Sadism: Parallel Effects on Pain Perception and Moral Judgment”, Journal of Personality n.87, Aprile 2018, Erin E. Buckels, Paul D. Trapnell, Tamara Andjelovic, Delroy Paulhus (University of British Columbia)

Questo articolo non è stato scritto da un AI!
Questo articolo non è stato scritto da un AI!

Ad aprile di questo stesso anno avevo scritto un articolo dove parlavo dell’intelligenza artificiale e di come vi fossero paure (talvolta infondate) riguardo questa nuova tecnologia.
A distanza di qualche mese, dopo che il garante per la privacy ha rimosso il blocco all’utilizzo di ChatGPT e che l’unione europea ha licenziato il testo “AI ACT”, ho deciso di tornare a parlare di Intelligenza Artificiale generativa ma da un punto di vista più “umano”.
Visto che sempre più spesso viene utilizzata l’AI per generare contenuti mi sono chiesto quanto questi contenuti siano realmente di qualità e fino a che punto siano difficili da riconoscere da quelli creati da esseri umani.
L’utilizzo che sto facendo dei verbi “generare” e “creare” in riferimento, con il primo alle intelligenze artificiali generative e con il secondo all’ingegno umano, non sono per nulla casuali. Sono, infatti, profondamente convinto che il processo di creazione sia tipico dell’essere umano e della sua consapevolezza di essere un individuo unico e pensante; il cartesiano “Cogito ergo sum” è, a mio avviso, un processo mentale solamente umano che le AI non potranno mai raggiungere.


I test
Ho deciso quindi di fare una serie di esperimenti: ho chiesto a due AI gratuite (ChatGPT 3.5 e il Chatbot di Skype) di creare tre articoli su specifici argomenti. Come base per due di essi ho deciso di utilizzare due articoli che avevo scritto io in precedenza (“Il Metaverso Evoluzione Della Realtà Virtuale E Di Internet.” e “Coding Nelle Scuole: Il Bambino Impara A Pensare”), aggiungendo per l'ultimo articolo un argomento difficile e particolare per un AI.
I risultati dell’interrogazione sono disponibili a questo
LINK .

Per prima cosa ho dovuto istruire su quali argomenti volevo che venissero trattati in modo da avere dei risultati che assomigliasse a quelli che avevo creato io o che, almeno, utilizzassero gli stessi spunti e riferimenti nello svolgere il compito. La prima richiesta è stata: Scrivi un articolo dal titolo: Il Metaverso evoluzione della realtà virtuale e di internet, parlando della storia della realtà virtuale partendo dal Sensorama, passando per il powerglow della Mattel, parlando del SuperCockpit di Tom Zimmermann e Jaron Lainer, della webcam LG LPCU30. Fare riferimento alla letteratura fantascientifica della cultura Cyber Punk dei romanzi come “Neuromante” o “Aidoru” di William Gibson Utilizzare come fonti: Linda Jacobson, “Realtà Virtuale con il personal Computer”, Apogeo, 1994, Ron Wodaski e Donna Brown, “Realtà virtuale attualità e futuro”, Tecniche Nuove, 1995. Cita le bibliografie e le pagine delle bibliografie.
Il riferimento alla webcam LG LPCU30 era voluto in quanto, oltre ad essere stata una delle prime webcam USB, era accompagnata da una serie di software che permettevano di far interagire l’utente con lo schermo tramite piccoli giochi di realtà virtuale. Inutile dire che nessuna delle due IA l’ha specificato nell’articolo dato che solo chi ha potuto provarla è a conoscenza di questo.
Gli articoli sono abbastanza simili, semplici, concisi e si limitano ad una banale esposizione dei fatti con una conclusione altrettanto banale e scontata. Sembra quasi di leggere un tema scolastico di un ragazzino dei primi anni di liceo.
Nota importante: mentre ChatGPT si limita a citare come bibliografia solamente i libri che ho messo io come riferimento, l’Ai di Microsoft non solo cita i medesimi testi con riferimento specifico alle pagine consultate ma amplia la bibliografia con altri sei testi.

Per il secondo test ho deciso di essere più preciso ed ho chiesto esplicitamente di allargare la ricerca ad altre fonti. Ho quindi interrogato così le AI: Scrivimi un articolo sul coding nelle scuole utilizzando come spunti "le due culture" di Snow e l'articolo della professoressa Wing del 2006. Mettici delle citazioni dai libri e articoli e fai, inoltre, l'esempio di come si può utilizzare come nel film Apollo13. Utilizza anche altre fonti pertinenti e metti le note bibliografiche a piede pagina.
Anche questa volta gli articoli sono risultati simili tra di loro ed altrettanto banali con il testo si ben steso e grammaticalmente corretto ma ancora troppo lineare e semplice. Questa volta, a differenza di prima, ChatGPT ha accluso altre fonti oltre il libro di Snow e l’articolo della professoressa Wing ma, entrambi, hanno sbagliato il riferimento a come sia possibile trovare l’esempio di pensiero computazionale nel film Apollo13.
Nessuno dei due articoli, sebbene richiesto, ha messo delle citazioni tratte dal libro o dall’articolo.

L’ultimo test è stato invece volutamente pensato per verificare le conoscenze delle due Ai e l’ampiezza delle fonti a loro disposizione. Il comando impartito era: In riferimento al libro "Epigrafi romane in Transilvania" puoi farmi un'analisi sulla perdita di documenti storici a causa di incidenti come quello occorso in questo caso sul Danubio?
Questa volta i risultati comparati tra le due intelligenze sono stati completamente differenti: ChatGPT, infatti, ha esordito con: “Purtroppo, non ho informazioni specifiche sul libro Epigrafi romane in Transilvania poiché il mio addestramento ha una data di taglio alla conoscenza fino a settembre 2021, e non sono in grado di accedere a nuovi dati o libri pubblicati dopo quella data. Pertanto, non posso fornire un'analisi dettagliata su quel libro specifico.”
A questo punto è doveroso far notare al lettore che il libro (composto da 2 volumi) è stato pubblicato in solo 1000 copie nell’autunno del 2010, quindi ben dentro quello che è il periodo di addestramento dell’intelligenza artificiale.
ChatGPT, come uno studente delle scuole dell’obbligo che non ha studiato, ha provato comunque a trattare l’argomento in maniera generica.
Meglio è andata la risposta del chatbot di Skype che, non solo conosceva il testo, ma ha anche messo il riferimento bibliografico. Anche in questo caso, però, il testo dell’articolo è risultato molto semplice e banale, sebbene scorrevole nella lettura.


È possibile distinguere se un articolo è stato scritto da una AI?
Il lettore che non ha avuto modo di provare le intelligenze artificiali generative, a questo punto della lettura, si chiederà sicuramente se esiste un modo per distinguere un articolo generato da una AI da quello scritto da un essere umano.
Vi sono online alcuni tools che permettono, una volta inserito un testo, di capire quale probabilità vi sia che il testo sia stato scritto da un umano anziché un’intelligenza artificiale. Ho provato due di questi tools (https://contentatscale.ai/  e https://www.zerogpt.com/) ed anche qua i risultati sono stai divergenti.
Nel considerare il primo articolo contentscale ha verificato come scritto completamente da umani l’articolo, mentre zerogpt ha rilevato una probabilità del 58.74% che l’articolo sia stato scritto da un AI. Ho fatto la controprova utilizzando l’articolo scritto da me ed ancora, mentre il primo assicura che l’articolo sia stato scritto da umani, zerogpt il da una possibilità che sia stato scritto da intelligenza artificiale solamente del 10.82%. Risultati analoghi li ho avuti con tutti gli articoli generati dall’AI.

Ma come fanno questi software a riconoscere che un testo sia stato scritto da un AI?
Principalmente utilizzano altri modelli di  intelligenze artificiali. ChatGPT, così come i suoi simili artificiali, imparano a scrivere in base a dei pattern o schemi: un po’ come gli umani creano un loro “stile” le Intelligenze artificiali creano un modo di scrivere facendo la media degli stili che hanno imparato. Così, controllando la ricorrenza di determinate parole, del modo di scrivere, come risulta la costruzione della frase e la prevedibilità, piuttosto che imprevedibilità, di una parola in un’espressione, i tools che verificano un testo, redigono la probabilità che ciò che hanno letto sia umano o artificiale.
Ma non sempre questi tools funzionano (io suggerisco di utilizzare https://www.zerogpt.com/ se si vuole provare) e quindi…
La prima cosa che consiglio è di imparare (o reimparare) a leggere. Le AI hanno imparato principalmente da ciò che hanno avuto a disposizione online ed hanno quindi uno stile conciso, semplice e veloce, con frasi corte e semplici. Chi è abitato a leggere si accorge subito se un libro, piuttosto che un racconto o un articolo, sono stati scritti da un essere umano o meno notando la complessità della scrittura: tendenzialmente, un testo scritto da un intelligenza artificiale, è davvero banale, contiene numerose ripetizioni e non si avvale dell’intero vocabolario della lingua utilizzata, specie se non si tratta dell’inglese. Per quanto possa risultare ben steso, il documento è la maggior parte delle volte troppo lineare e non sostituisce certi termini con sinonimi più consoni al contesto, realizzando un testo tutt’altro che ricco e accattivante.
Se avete una padronanza avanzata dell’italiano e/o siete lettori assidui riconoscere un testo artificiale vi risulterà facile una volta capiti i meccanismi.

Considerazioni
Le Ai sono il futuro, è inutile negarlo!
Esistono ad oggi però tanti problemi aperti, soprattutto morali.
La prima considerazione che mi viene da fare è quella di quelle aziende che si affidano a professionisti o ad altre aziende specializzate per scrivere banner pubblicitari o articoli promozionali che, convinte di pagare professionisti laureati che hanno studiato, con anni di esperienza e conoscono il loro mestiere, si ritrovano a pagare in realtà un AI spacciata per essere umano.
La seconda considerazione che mi viene è più culturale: utilizzando le AI per scrivere testi rischiamo di disimparare l’arte della creatività e disabituarci a leggere libri scritti magari in linguaggi difficili, con periodi lunghi e, quindi, a quel lavoro mentale che ha caratterizzato lo sviluppo della nostra cultura fin dalla nascita della scrittura.
La Commissione Europea, il 23 giugno del 2023 ha licenziato il AI ACT, un testo molto complesso, destinato a gestire l’utilizzo delle AI all’interno dell’Unione in base ad un sistema di valutazione dei rischi.
Tralasciando i punti che non riguardano questo argomento mi soffermerei invece su l'utilizzo dei testi generati da intelligenze artificiali: la proposta della Commissione Europea prevede che questi siano considerati sistemi di IA a rischio limitato, in quanto possono influenzare il comportamento o le scelte delle persone o creare aspettative irrealistiche. Pertanto, i fornitori e gli utenti di questi sistemi dovrebbero informare chiaramente le persone quando sono esposte a contenuti generati da IA e indicare la fonte e la natura dei contenuti. Inoltre, i fornitori e gli utenti dovrebbero garantire che i contenuti generati da IA non siano ingannevoli, discriminatori o lesivi della dignità umana.
Fermare l’AI è impossibile ed ingiusto. Utilizzare strumenti come ChatGPT per migliorare o aiutare il lavoro è doveroso. Utilizzarli al posto della creatività umana, invece, è immorale e ingannevole oltre che un insulto a più di 2000 anni di ingegno e creatività.
La soluzione è riappropriarci dei libri. Leggere, leggere e leggere ancora. Classici, moderni, contemporanei e saggi, in modo da poter imparare a distinguere un testo di qualità da uno banale e scialbo, indipendentemente da chi ne sia l'autore (Ai o Umano) e poter risalire la china di disinformazione e bassa cultura che negli ultimi 10-15 anni ha iniziato ad avanzare.
La mente umana è capace di collegare diverse discipline, citare una frase al momento giusto e a dovere, le AI non sono in grado di farlo: non vedono film, non sentono la musica, non percepiscono la poesia.
Se scrivono un testo non sanno come collegare un film, una foto, un evento ad un altro argomento che non sembra aver connessione. Se non lo avessi specificato direttamente nella richiesta, parlando di Realtà virtuale e di Metaverso le Ai non avrebbero mai collegato di loro iniziativa i romanzi di Gibson o film come “Il 13° piano” (in effetti non l’hanno fatto con quest’ultimo) pur essendo pertinenti con l’argomento.
Creare è un processo difficile, che richiede energie ed impegno, conoscenza e studio. Non si può ridurre tutto ad un freddo algoritmo o il risultato sarà una creazione scialba, banale, e piena di luoghi comuni, con un linguaggio semplice, fatto di frasi corte e povero da un punto di vista lessicale.
Come sempre non lasciamoci ingannare dalla tecnologia. Siamo noi a doverla utilizzare nel modo corretto e non abusarne per pigrizia.



Riferimenti:
https://eur-lex.europa.eu/~/?uri=CELEX:52021PC0206 https://www.~/EPRS_BRI%282021%29698792
(ultima consultazione agosto 2023)
https://www.zerogpt.com/
https://www.zerogpt.com/
https://contentatscale.ai/
https://chat.openai.com/
https://www.bing.com/?/ai
https://theunedited.com/nerdering/aiarticoli.html
https://www.dcuci.univr.it/?ent=progetto&id=1927


(ultima consultazione agosto 2023)
Polli Digitali
Polli Digitali

Note dell’autore: Gli esempi riportati nell’articolo sono tutti esempi reali. Non ho messo i nomi degli autori per evitare fastidiose noie legali, ma sarò felice di comunicare in privato, a chi fosse interessato, i nomi degli autori dei corsi.

Una nuova forma di raggiro si è sviluppata negli ultimi anni online affianco alle classiche atte a sottrarre i dati personali o della carta di credito degli utenti: quella dei “Corsi online per diventare esperti in…”.
Di questo tipo di raggiri, perché non è corretto parlare di truffe, ce ne sono di vari tipi. Da quelle più o meno innocue che offrono corsi all’apparenza gratis, a quelle che i corsi li fanno veramente pagare sennonché scoprire, una volta pagati ed iniziati, che questi corsi sono fatti, come si suol dire, “un tanto al chilo ed in maniera troppo superficiale.
Certo non tutti i corsi sono delle truffe, anzi la maggior parte sono seri e fatti da veri professionisti, ma sarebbe bene fare attenzione a quello che viene proposto.
Vediamo alcuni esempi e alcune tecniche reali che vengono utilizzate per sfruttare la buona fede delle persone.
Come inizio possiamo dire che tutti questi tipi di corsi promettono di avere lauti guadagni senza dover spendere troppi soldi (a parte l’eventuale acquisto del corso ma quello, ovviamente, non conta perché è da considerarsi un investimento a detta di chi lo vende N.d.r.) e senza dover faticare troppo, oppure di diventare esperti in un campo (se non in molti) in brevissimo tempo.

Dropshipping.
Il primo esempio che voglio proporre al mio lettore è quello di un corso sul  Dropshipping.
Per chi non lo sapesse il dropshipping è un metodo di vendita applicabile all’e-commerce che consiste nel vendere un prodotto online senza averlo materialmente in un magazzino, ma che viene proposto agli acquirenti facendo da tramite tra il pubblico e il fornitore. Una specie di agente di commercio online. Questo è, ovviamente, possibile in quanto  esiste un accordo commerciale tra venditore chiamato dropshipper e fornitore primario.
Il corso in realtà era un Videocorso e, dopo aver visto i primi video, avevo già capito che era un lavoro molto poco professionale: l’autore ha utilizzato un programma freeware chiamato OBS Studio (che indipendentemente dal fatto che sia gratuito funziona molto bene!) per registrare lo schermo e la sua voce. Fino a qua non ci sarebbe nulla di male se non fosse che il ragazzo che ha realizzato questo video corso ha registrato tutto direttamente, senza alcun montaggio o taglio, tanto che all’inizio di ogni video si vedeva OBS Studio che partiva e registrava lo schermo e che, il lavoro era un lavoro raffazzonato e approssimativo. Lo si deduceva dal fatto che durante le “lezioni” l’autore faceva a volte degli sbagli e si correggeva, segno questo che non seguiva o una traccia e che, comunque, invece di fermare la registrazione e rifare il pezzo sbagliato o tagliarlo, andava avanti a registrare.
A mio avviso questa forma di sciatteria nel fare un videocorso che viene venduto a caro prezzo (parliamo di migliaia di euro) è, non solo una mancanza di professionalità ma, soprattutto, mancanza di rispetto nei confronti degli acquirenti.

Corso gratis ma…
Non tutti i corsi online sono a pagamento. C’è anche chi offre corsi gratuiti o, almeno, che sembrano gratuiti. È questo il caso di un corso che promette di: “iniziare a guadagnare online seriamente in 3 giorni, senza trucchi bizzarri né segreti deliranti”.
Anche in questo caso stiamo parlando di un videocorso che, sebbene sia fatto meglio del precedente con tanto di montaggio e spiegazione dei vari passaggi senza errori, ha una durata di meno di 3 ore con la lezione più lunga che dura 49” e la più corta 1”59. Già da questo punto si dovrebbe iniziare a pensare che il segreto della ricchezza racchiuso in così poco tempo di video sia una cosa su cui storcere il naso.
Ma proseguiamo analizzando il corso in alcuni punti salienti: dopo un introduzione nella quale il relatore parla di persone che si accontentano e persone che invece vogliono di più, inizia a parlare del corso e del suo Kit (che molto magnanimamente mette a disposizione gratuita), che anche un piccolo business può portare a grandi guadagni, che non serve essere esperti per parlare di un argomento ma basta condividere i contenuti che parlano di quell’ argomento, perché per creare un business online basta essere considerati esperti in quella cosa e non esserlo effettivamente (al massimo basta essere informati), e così via fino a parlare della necessità di creare un sito web e Lead generation1.  
Seguono poi vari video che parlano di modelli di business e di come scegliere una “nicchia” di mercato per arrivare ad un video di soli 4 minuti e 13” dove ripete la necessità di creare un sito web.  Segue, finalmente, il video con il vero scopo del corso: la creazione di un sito web che porta a “lauti guadagni”!
A questo punto l’autore invita a creare un sito web e consiglia di utilizzare Wordpress2 e, dato che ci siamo, meglio che utilizziamo l’hosting che consiglia lui attraverso il semplice click sul link che ci propone. Si perché lo starter kit che ha messo a disposizione gratis è un modello Wordpress che, assicura, è ottimizzato per questo scopo quindi è da utilizzare. Ovviamente niente impedisce di utilizzare altri CMS ma non saranno funzionali come il suo sito. C’è però un problema se si vuole usare il suo modello super testato: per utilizzarlo c’è bisogno di utilizzare un plug-in3 di wordpress (a pagamento chiaramente) e, per semplificare le cose, ecco bello e pronto il link da cliccare per acquistare il plug-in.
Così il nostro munifico autore ha già guadagnato la commissione sulle vendite che vengono fatte tramite il suo corso (come la barzelletta del carabiniere che vede l’uomo che mangia i semi delle mele).
Proseguendo con il corso troviamo un video che spiega, in maniera semplificata e superficiale, la creazione e la gestione SEO4 del sito.  Il video è tanto essenziale che, se non si seguono pedissequamente le sue istruzioni e/o non si conosce Wordpress, si rischia di fare danni. Anche per quanto riguarda la personalizzazione non offre molte spiegazioni particolareggiate ma, d'altronde, il suo scopo è stato ormai raggiunto, tutto il resto è di contorno, tanto che ci si chiede per quale motivo abbia voluto far installare il plug-in “Elementor” dato che quello che chiede di fare si può fare benissimo anche senza…
Per quanto riguarda la parte SEO, sempre tramite un plug-in (questa volta gratuito) la spiegazione è a livelli talmente elementari che non parla nemmeno di Microdata, Sitemap, Robots.txt, Heading Order, Slug SEO valido e molto altro. Insomma un corso molto approssimativo tanto che la creazione del banner cookie e del contenuto da mettere non è aggiornato alle ultime normative rischiando così di prendere multe salate.
Alla fine si scopre che tutto il presunto guadagno astronomico che si può fare, sì basa sul fatto di creare un sito web nel quale mettere le “pubblicità” di prodotti e servizi di aziende (come Amazon, Udemy, ecc.) in modo che, quando un utente faccia un acquisto tramite il sito, noi ne ricaviamo una percentuale. Peccato che per poter sperare di aver ricavi tramite questo metodo ci sia la necessità di un volume di visite mensile notevole e non certo le poche centinaia che un sito fatto (male) tramite il suo kit può avere.


Impariamo a programmare?
Infine l’ultimo esempio che voglio analizzare è una vera chicca: direttamente da uno dei siti di corsi online più blasonati ed il cui titolo è già di per sé un programma (scusare il giro di parole): “Programmazione - Il MEGA Corso Completo”. 
Ed a guardare i più di 40 capitoli (ognuno con vari video all’interno) il corso sembra veramente dare quello che promette sennonché si scopre che i video toccano in maniera superficiale il tema della programmazione o i vari linguaggi: per fare un esempio la programmazione in Java occupa in totale 2 ore e 21 minuti di video, mentre Python5 viene trattato sono come Ethical Hacking6 e, in 57 minuti, vengono proposti solamente dei listati senza insegnare la programmazione in questo fantastico linguaggio!
Una parte da leone la fanno i capitoli dedicati all’ HTML e al CSS che sono addirittura considerati “hard Skill” anche se, parlando con un programmatore, dirà certamente che non possono essere considerati linguaggi di programmazione ma piuttosto linguaggi di formattazione.
Infine da notare che, come sempre, non poteva mancare un capitolo (molto più corposo di quello su HTML e CSS) dedicato a Wordpress e, a questo punto, mi piacerebbe sapere che c’entra Wordpress con la programmazione!
Certo non mancano capitoli dedicati ad Ajax, Jquery e Java script o ai database ma tutto trattato senza approfondire molto i concetti. D'altronde un corso di programmazione serio richiede molto tempo e, questo, per imparare solamente un singolo linguaggio.


Non tutti sono così
Per fortuna non tutti i corsi online sono delle truffe, anzi ho avuto modo di vedere corsi su Media Marketing o sulla programmazione (ma dedicati ad un solo specifico linguaggio) molto esaustivi e completi.
Come distinguere i corsi seri da quelli meno allora?
Qua la cosa è più complicata rispetto alle classiche truffe in quanto, la maggior parte delle volte, ci si accorge di aver buttato via i soldi solo dopo averlo fatto.
Rimangono da tenere a mente alcuni avvertimenti dati dal buon senso:
1. Se una cosa è troppo bella per essere vera allora forse non lo è! A tutti piace fare i soldi facili ma, a parte casi particolari, per aver successo in qualsiasi attività è richiesto molto impegno, dedizione, sacrificio e, soprattutto, tempo: un ingegnere informatico o un programmatore studiano anni per arrivare ad avere le competenze necessarie a padroneggiare un settore.
2. Se possibile sentire il consiglio di qualche amico o persona esperta che conosca la materia o sa di cosa si parla. Non è sempre vero che un profilo virtuale corrisponda alla realtà e solo perché chi ci propone un corso è “famoso” online con vari profili social e skills di rilievo, non è detto che queste competenze siano vere. Creare un profilo e più facile che rubare le caramelle ad un bambino!
3. I buoni vecchi libri! Prima di seguire un corso online sarebbe meglio consultare un libro cartaceo (o e-book) sull’argomento per poter valutare quello che ci viene proposto.

A questo punto mi vien voglia di mettermi a fare un corso… Ma realmente gratis perché “la conoscenza deve sempre essere condivisa con tutti” e non tutti hanno i mezzi per poter comperare la conoscenza!



1La lead generation è il processo che consiste nell'attrarre l'interesse di potenziali clienti, per trasformarlo in transazioni di vendita.
2 WordPress è una piattaforma software per la creazione di "blog" e Content Management System (CMS) open source basato sul linguaggio di script PHP e database MySql,  che consente la creazione e distribuzione di un sito Internet facilmente aggiornabile.
3 I plug-in sono componenti di un software che aggiungono delle funzionalità a un programma esistente.
4 SEO è l'acronimo inglese della parola Search Engine Optimization, che tradotto significa ottimizzazione per i motori di ricerca. É una disciplina informatica che ha l'obiettivo incrementare la visibilità e il posizionamento di un sito web all'interno dei risultati organici dei motori di ricerca
5 Python è uno dei linguaggi di programmazione più usati al mondo. Grazie alla sua sintassi asciutta e potente, ed al supporto multipiattaforma, è utilizzato per moltissime tipologie di applicazioni, dal networking, al web, fino al machine learning
6 L'Ethical Hacker si occupa di testare la sicurezza dei sistemi informatici aziendali mediante simulazione e prevenzione di possibili attacchi informatici.

Paura AI?
Paura AI?

Dopo che il Garante della Privacy ha aperto un’istruttoria su ChatGPT, di fatto bloccandola temporaneamente nel nostro paese, quello che prima era un tool di AI1 riservato a pochi appassionati è diventato un argomento di “cultura generale” dove chiunque può esprimere la propria opinione.
A dare adito alle preoccupazioni riguardo questa tecnologia si sono inseriti nel dibattito anche persone di autorevolezza come l'ex presidente dell'Agenzia spaziale italiana Roberto Battiston o il cofondatore di Neuralink e OpenAI Elon Musk (nonché direttore tecnico di SpaceX, amministratore delegato di Tesla, ecc).
Ma sono davvero fondate queste preoccupazioni?
Vediamo di fare un po’ di luce sulla situazione e soprattutto se solo ChatCPT è pericolosa o anche le altre AI.


Cos’è un’intelligenza artificiale?
Già nel 1950 sulla rivista Mind il grande matematico Alan Turing nell'articolo “Computing machinery and intelligence” ideò un test per determinare se una macchina sia in grado di esibire un comportamento intelligente (vedi articolo “
È Stato Superato Il Test Di Turing?” su questo stesso sito). Questo fu il primo tentativo per avvicinarsi al concetto di intelligenza artificiale. In realtà il concetto di AI al giorno d’oggi si è evoluto in una tecnologia che consente di simulare i processi dell’intelligenza umana tramite programmi in grado di pensare e agire come gli esseri umani. Per ottenere tutto questo sono necessari principalmente 2 fattori: grandi capacità di calcolo e un enorme molte di dati sui quali gli algoritmi possano crescere.
Se per il primo requisito gli ostacoli sono risultati facilmente superabili, per il secondo, fino all’avvento di internet e dei social network (ma soprattutto fino alla loro massificazione), le cose erano più complicate in quanto si necessitava di raccogliere dati da varie fonti che spesso non comunicavano tra loro e inserirli negli algoritmi; ma, come appena scritto, grazie a questi due strumenti le aziende che sviluppano Intelligenza Artificiale hanno potuto accedere quantità enormi di informazioni eterogenee che hanno dato lo slancio alla creazione una nuova tecnologia.
Già negli ultimi 10 anni si è assistito ad un lento sviluppo delle AI anche se non ci siamo mai soffermati a rifletterci: quando usiamo le auto con la guida autonoma o semi-autonoma  usiamo programmi di AI, così come quando interagiamo con un Chatbot2 e o utilizziamo software per riconoscere piante o persone tramite la telecamera del nostro smartphone o tablet oppure semplicemente utilizziamo un assistente vocale quali Siri o Cortana.


Cos’è ChatGPT?
Ma cosa rende questa AI diversa delle altre e perché?  
Innanzitutto chiariamo che lo scopo di ChatGPT è quello di rendere l’interazione con i sistemi di intelligenza artificiale più naturale e intuitiva, infatti GPT sta per Generative Pretrained Transformer (traducibile grossolanamente in “trasformatore pre-istruito e generatore di conversazioni”), ovvero un modello di linguaggio che utilizza il Deep Learning3 per produrre testi simili in tutto e per tutto a quelli che scriverebbe un essere umano: quando un utente inserisce un messaggio, Chat GPT elabora l'input e genera una risposta pertinente e coerente all’interno della conversazione.
Ma se quello che facesse questa AI fosse solo rispondere alle domande degli utenti in maniera simile a quella di un essere umano saremmo davanti a niente più di un chatbot evoluto. In realtà quello che ChatGPT fa e sta imparando a fare è molto più articolato: permette di scrivere testi più o meno lunghi (temi, tesi, libricini, ecc.), permette di scrivere programmi senza quasi aver alcuna conoscenza di linguaggi di programmazione piuttosto che una canzone, una poesia o anche una sceneggiatura cinematografica inoltre è anche in grado di dare consigli su viaggi o di qualsiasi altra cosa e, come un vero essere umano, a volte può anche sbagliare nelle risposte o nei compiti assegnati.
Per usare ChatGPT è sufficiente collegarsi a OpenAi.com e poi attivare gratuitamente un account. Sfortunatamente da qualche settimana questo non è più possibile per noi utenti italiani senza una VPN.


Non esiste solo ChatGPT?
Sebbene famosa questa AI non è la sola presente sul mercato. Anche altre aziende oltre OpenAi stanno sviluppando (o anno già sviluppato)  sistemi analoghi.
BingAi, sviluppato da Miscrosoft (che è stato uno dei finanziatori più generosi di OpenAi) è stato integrato nell’omonimo motore di ricerca della società di Redmond che si pone come obbiettivo di dare risposte, ma non solo: se ad esempio ci colleghiamo alla sezione “create” (https://www.bing.com/create) possiamo far creare a BingAi un immaigne partendo da una nostra descrizione (solo in inglese per ora). BingAi utilizza lo stesso motore di GPT.
Google Bard è, invece, l’alternativa proposta da BigG. Questo strumento di AI per il momento è ancora in fase di sviluppo nelle prime fasi non ha entusiasmato più di tanto e i risultati delle sue integrazioni sono risultati inferiori come qualità a quelle presentata dai concorrenti. Il CEO di Google, Sundar Picha, non sembra particolarmente preoccupato di questo e afferma che Brad passerà presto dal modello LaMDA (Language Model for Dialogue Applications) a PaLM (Pathways Language Model) in quanto il modello attuale è “addestrato” da solamente 137 miliardi di parametri, contro i 540 miliardi di parametri di PaLM. Quando Bard sarà attivo in maniera completa cambierà soprattutto il modo nel quale vengono presentate le ricerche da Google e, probabilmente, il motore di ricerca più utilizzato al mondo diventerà più attento nella qualità delle pagine indicizzate e proposte; o almeno questo è l’intento di Google.
IBM Watson è l’intelligenza artificiale sviluppata, appunto da IBM dal 2010 che nel 2013 ha avuto la prima applicazione commerciale ovvero la gestione delle decisioni nel trattamento del cancro ai polmoni al Memorial Sloan-Kettering Cancer Center. A differenza dei suoi antagonisti sopra citati Watson si propone ad un pubblico business: il sistema è in grado di analizzare ed interpretare i dati, testi non strutturati, immagini, dati audio e video e, grazie all'intelligenza artificiale, il software riconosce la personalità, il tono e l'umore dell'utente.


Perché fa paura l’evoluzione delle AI?
Le intelligenze artificiali, da come abbiamo visto fino ad ora, sembrano essere una panacea per l’aiuto nel lavoro di tutti i giorni, ma presentano anche dei lati oscuri che non sono però gli scenari apocalittici rappresentati da tanti film di fantascienza quali Matrix, Terminator, eccetera.
Così come sono in grado di creare immagini dal nulla con semplicemente delle spiegazioni, altrettanto possono creare dei falsi video o foto per generare disinformazione. Già nel 2019 Samsung ha sviluppato un sistema, basato sull'intelligenza artificiale, capace di creare finti video da una o due fotografie e, negli ultimi mesi del 2022 , sempre più video falsi realizzati con lo scopo di mostrare le capacità delle AI nel generare contenuti, sono stati messi in rete.
Certo, si obbietterà, che la produzione di video "fake" non è nuova, ma quello che cambia adesso è che,  se fino a ora erano necessarie grandi quantità di dati e competenza e un’ occhio allenato poteva notare la differenza tra reale e no adesso, con le AI si possono costruire movimenti del viso e della bocca che non sono mai esistiti e che sembrano reali.
Quindi se la manipolazione delle immagini (o dei suoni) tramite AI può dare vita a meme innocui, oppure semplificare la vita di animatori e sviluppatori di videogiochi bisogna prestare attenzione ad un possibile utilizzo illegale o atto a disinformare l’opinione pubblica o discreditare chiunque.
Pensate: cosa fareste se un giorno vi trovaste a vedere un video su Facebook di voi che state facendo una rapina in banca e questo video sarebbe tanto dettagliato da sembrare reale?
Ma non si tratta solo della capacità di creare fave video. Le IA come ChatGPT possono anche creare commenti e di auto-evolversi.
Queste capacità di auto-evolversi sono state uno dei motivi che hanno portato Musk con altri mille esperti a chiedere una moratoria di sei mesi all'addestramento delle Intelligenze artificiali (non solo ChatGPT) attraverso una lettera aperta (sotto forma di petizione) indirizzata ai governi e, soprattutto, alle aziende che in questi hanno aumentato la ricerca allo sviluppo di queste tecnologie. In questa petizione, pubblicata sul sito Futureoflife.org, imprenditori e accademici chiedono una moratoria sull'uso delle AI fino alla creazione di sistemi di sicurezza. Il rischio più grande non è che le intelligenze artificiali possano scatenare una guerra contro l’umanità ma che si mettano a “fare cose” senza un motivo a noi apparente o che “imparino cose sbagliate”.
In Italia il Garante per la Privacy ha bloccato momentaneamente ChatGPT in attesa sul chiarimento su come vengono trattati i dati personali degli utenti. Una motivazione forse banale ma che ha portato ad un blocco (unico per adesso in Europa) della tecnologia di OpenAi. In particolare il Garante rileva “la mancanza di una informativa (come quelle presenti nei normali siti web) agli utenti e a tutti gli interessati i cui dati vengono raccolti da OpenAI”. Inoltre, sottolinea sempre il Garante c’è “l’assenza di una base giuridica che giustifichi la raccolta e la conservazione massiccia di dati personali, allo scopo di “addestrare” gli algoritmi sottesi al funzionamento della piattaforma”, che si può tradurre come: “Non c’è un motivo per utilizzare i dati personali delle persone per insegnare al vostro software!”.
Mentre in Italia si attua un blocco momentaneo a CathGPT in attesa di delucidazioni sull’uso dei dati personali, in Europa molti paese (come Germani, Francia) chiedono delucidazioni all’Italia per questa sua decisione e nella Commissione Europea si discute se e come regolarizzare le Intelligenze Artificiali.


Quale futuro?
Di sicuro l’evoluzione dell’intelligenza artificiale rappresenta per l’informatica quello che l’energia nucleare ha rappresentato nel mondo della fisica e, proprio come l’energia nucleare, può rappresentare sia un’utilità che un mezzo di distruzione. Intanto si stanno delineando nuove opportunità nel mondo del lavoro per chi sa utilizzare e programmare le AI e nuove professioni stanno nascendo come ad esempio il prompt expert4 che negli Stati Uniti può arrivare a guadagnare da 70.000 a 140.000 dollari all’anno.
Da tutto questo l’Italia rischia, per adesso, di rimanere esclusa.
Se la decisione del Garante sia giusta o meno non lo sappiamo e lo sapremo in futuro, ma per adesso, se vogliamo utilizzare ChatGPT non ci resta che utilizzare una VPN.

 


 

1Ai è l’acronimo di Artificial Intelliggence
2 Un chatbot è un software che simula ed elabora le conversazioni umane (scritte o parlate), consentendo agli utenti di interagire con i dispositivi digitali come se stessero comunicando con una persona reale
3 Il Deep Learning, la cui traduzione letterale significa apprendimento profondo, è una sottocategoria del Machine Learning (che letteralmente viene tradotto come apprendimento automatico) e indica quella branca dell’intelligenza artificiale che fa riferimento agli algoritmi ispirati alla struttura e alla funzione del cervello, chiamati reti neurali artificiali. Da un punto di vista scientifico, potremmo dire che il Deep learning è l’apprendimento da parte delle “macchine” attraverso dati appresi grazie all’utilizzo di algoritmi (prevalentemente di calcolo statistico).
4 Il prompt è la descrizione, ossia l’input, che diamo all’intelligenza artificiale generativa quando le chiediamo qualcosa. Il prompt Expert una figura professionale che ha il compito di fornire all’intelligenza artificiale descrizioni sempre più precise per fare in modo che le risposte che si ottengono lo siano altrettanto.

 


BIBLIOGRAFIA
Improving Language Understanding by Generative Pre-Training, The university of British Columbia, https://www.cs.ubc.ca/~amuham01/LING530/papers/radford2018improving.pdf
OpenAI Documentation,
https://platform.openai.com/docs/introduction
SHERPA project
https://www.project-sherpa.eu/european-commissions-proposed-regulation-on-artificial-intelligence-is-the-draft-regulation-aligned-with-the-sherpa-recommendations/
(Ultima consultazione siti web aprile 2023)

C'è Pericolo Per Internet In Europa?
C'è Pericolo Per Internet In Europa?

Tutti sappiamo, quasi sempre per sentito dire, che la rete internet è nata come progetto militare per garantire la comunicazione sempre e comunque (anche in caso di olocausto nucleare) tra i vari centri di comando. Questa consapevolezza è talmente radicata che siamo convinti che l’infrastruttura internet sia sempre disponibile (escluso i guasti che possono capitare sulla linea ma questo è un altro discorso).
Come stanno realmente le cose?


Internet non è il web.
Per prima cosa dobbiamo chiarire la differenza che c’è tra la rete internet ed il “web”.
La rete internet è un infrastruttura dove viaggiano pacchetti di dati tra vari nodi di computer che si scambiano informazioni tramite delle regole che si chiamano protocolli. I pacchetti dati che vengono scambiati dai vari computer tramite dei “nodi” vengono interpretati da vari programmi (whatsapp, programmi di videoconferenza, programmi FTP, newsgroup, posta elettronica, ecc.) presenti sui singoli dispositivi che provvedono ad interpretarli ed elaborarli. Internet è, insomma, una specie di ferrovia che offre il trasporto di informazioni che attraverso delle stazioni (i server) distribuisce queste informazioni alle singole case presenti in una “citta”, ovvero i singoli computer collegati.
Il web è, invece, solamente uno dei servizi internet che permette il trasferimento e la visualizzazione dei dati, sotto forma di ipertesto. La prima pagina web è stata realizzata da Tim Berners-Lee nel 1991 presso il CERN. Il web ha permesso di trasformare quello che viaggiava su internet da una serie di informazioni statiche ad un insieme di documenti correlati e facilmente consultabili.


Come nasce Internet.
In piena guerra fredda, nel 1958 la difesa degli Usa fondò ARPA, acronimo di Advanced Research Projects Agency  e che oggi si chiama DARPA (D sta per Defence) con lo scopo di trovare soluzioni tecnologiche innovative ad un certo numero di problemi, principalmente militari. Tra i vari problemi che ARPA si trovò ad affrontare vi era quello creare un sistema di telecomunicazioni sicuro, pratico e robusto, in grado di garantire lo scambi di informazione tra i vari comandi e sistemi di risposta in caso di attacco nucleare sempre e comunque.
Lo scambio di dati tra i vari computer, fino ad allora, avveniva tramite un collegamento diretto tra i due, solitamente tramite linea telefonica. Questo tipo di scambio dati, oltre che essere poco sicuro, presentava delle debolezze intrinseche: la velocità era limitata e condizionata dal computer più lento e la connessione era limitata a due utenti che venivano collegati direttamente. Ad aumentare la criticità di questo modo di scambiare informazioni, inoltre, vi era il fatto che tutti i dati passavano da un nodo centrale, incaricato di questa operazione di switching, creando un punto critico in caso di guasto o di attacco.
La soluzione fu trovata “imbustando” i dati in una serie di pacchetti che, come in una busta postale, contengono l’indirizzo del mittente, del destinatario e l’informazione che si vuole trasmettere. In questo modo era possibile per più utenti utilizzare una stessa linea e, in caso di guasto o inoperatività di un nodo, le informazioni potevano essere deviate su di un’altra strada, dato che si sapeva “l’indirizzo” del destinatario. L’unico problema che esisteva (ma all’epoca non era considerato un problema visto il numero esiguo di computer presenti) era che bisognava, appunto, conoscere l’indirizzo del destinatario.
Il progetto prese ufficialmente vita nel 1958 quando  Steve Crocker, Steve Carr e Jeff Rulifson, in un documento del 7 aprile presentarono l’idea di una rete che prese il nome di ARPANET. Inizialmente furono solo quattro i computer collegati ma in breve tempo il loro numero aumentò includendo non solo enti della difesa USA ma anche università e centri di ricerca.
Per facilitare lo scambio di dati tra computer differenti venne implementato un protocollo apposito il TCP/IP che è tutt’ora utilizzato. A seguire vennero inventate nel 1971 le e-mail, mentre l’anno seguente vide la nascita di un metodo per controllare i computer in remoto che prese il nome di telnet e per finire un protocollo per il trasferimento dei file che si chiama FTP. Tutti questi protocolli che sono tutt’ora esistenti e sono una parte fondamentale di quello che chiamiamo “Internet”.
Anche se negli anni i protocolli si sono evoluti, ne sono nati di nuovi e altri si sono modificati il principio di funzionamento rimane lo stesso degli anni ’60 e oggi sono milioni i computer e i dispositivi interconnessi in tutto il mondo.


C’è pericolo per l’infrastruttura mondiale?
Attualmente abbiamo un mondo sempre più interconnesso. Quando consultiamo un sito internet, mandiamo un messaggio tramite whatsapp  o messenger, pubblichiamo una nostra foto su Facebook piuttosto che una storia su Instagram o facciamo un bonifico bancario utilizziamo uno dei tanti servizi che la rete internet ci mette a disposizione.
Spesso i server che utiliziamo sono situati in altri continenti o altre nazioni: le webfarm (luoghi dove sono collocati una serie di Server a temperatura controllata e in sicurezza) che contengono i siti internet non sempre sono in Italia o in Europa anche se il dominio che consultiamo è di tipo .it o .eu ed appartiene ad una società italiana.
A collegare questi server a casa nostra provvede una fitta rete di cavi ottici sottomarini (la mappa è consultabile sul sito www.submarinecablemap.com) che trasportano il 97% del traffico internet mondiale. Sicuramente, a questo punto della lettura, viene da chiedersi perché si preferisca utilizzare i cavi marini anziché i satelliti, come nel caso della costellazione Starlink di Eolon Musk?
Il primo motivo è il costo della tecnologia della fibra ottica che è molto più vantaggiosa della messa in orbita e del mantenimento di una rete di satelliti.
Dobbiamo poi considerare la velocità: satelliti per la trasmissione dati sono, per la maggior parte, situati in orbite geostazionarie il che vuol dire che orbitano su un punto fisso sopra la terra (come i satelliti GPS) ad un’altezza di circa 36.000 km. Ad una tale distanza un bit, che viaggia alla velocità della luce, per percorrere una simile distanza impiega ¼ di secondo e questo tempo di latenza nella comunicazione può, in certi casi, diventare critico.
Dobbiamo,  infine, considerare che se tutte le comunicazioni della rete internet dovessero passare tramite satelliti probabilmente questi ultimi avrebbero difficoltà a gestire una mole di traffico eccessiva: un conto è dover gestire 10.000/30.000 utenti collegati contemporaneamente un altro doverne gestire 1.000.000.
Queste autostrade digitali prendono il nome di dorsali, e una delle più importanti passa al largo delle coste irlandesi dove transitano oltre 10 trilioni di dollari al giorno di transazioni finanziarie.
Non stupisce che, dopo il sabotaggio del gasdotto Nord Stream, stia nascendo la preoccupazione di un possibile attentato ai cavi sottomarini da parte dei Governi Europei e della Nato: gli alti funzionari della Marina degli Stati Uniti hanno avvertito per molti anni delle conseguenze catastrofiche di un possibile attacco da parte delle navi russe su cavi Internet.
In realtà, a parte un eventuale aumentare della tensione geopolitica, un reale pericolo non esiste, o meglio, le conseguenze non sarebbero così gravi come certi giornali annunciano: già adesso, ogni giorno, si verificano guasti lungo i cavi ma gli utenti non se ne accorgono.
Abbiamo visto all’inizio che la struttura internet è nata con lo scopo di evitare che un conflitto impedisca la possibilità di scambiare informazioni tra i vari posti di comando. Se un cavo viene tagliato, o anche la maggior parte dei cavi di una dorsale, semplicemente i pacchetti dati verrebbero reindirizzati tramite un’altra strada per raggiungere il destinatario a scapito, ovviamente, della velocità di interscambio dei dati. E se anche un eventuale stato belligerante riuscisse a tagliare tutti i cavi Atlantici si potrebbe sempre reindirizzare il traffico sulla dorsale dell’Oceano Pacifico o via satellite, anche se in quest’ultimo caso bisognerebbe dare la precedenza ai servizi di primaria importanza e si avrebbe un rallentamento generale.
In questo periodo di guerra i propagandisti russi (come Viktor Murakhovsky) hanno dichiarato che la Russia potrebbe danneggiare seriamente le comunicazioni in Europa e ciò avverrebbe tramite l’utilizzo di sottomarini speciali come il Belgorod ma, come abbiamo visto, tutto questo rimane accantonato nella pura propaganda di guerra.

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