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By Filippo Brunelli


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Conservare i propri dati
Conservare i propri dati

Nel 1086 Guglielmo il Conquistatore diede origine a quello che viene definito il più antico catasto inglese ed il primo di tutto il medioevo: il “Domesday Book”. Il manoscritto originale, scritto in latino su pergamena , è tutt’ora esistente e conservato negli archivi nazionali britannici, nel distretto londinese di Kew.
Nel 1983, durante il governo Thatcher, si decise di fare un “Domesday Book” nuovo che utilizzasse le più moderne tecnologie allora disponibili: il videodisco ed il microcomputer. Quindici anni più tardi tutto il lavoro fatto rischiava di essere inutilizzabile in quanto, anche se il supporto era ben conservato era diventato quasi impossibile trovare un lettore per il videodisco ed un microcomputer in grado di decodificare i dati.
Per fortuna si riuscì a trovare un lettore ed un computer adatti, a recuperare tutto e mettere online i contenuti.
La scelta nel 1983 di utilizzare come supporto un videodisco non sembrava strana: negli anni ’80 la tecnologia laser per la lettura dei dati era al suo inizio e rappresentava il futuro. Il metodo per creare questi supporti, inoltre, era molto simile a quello dei normali CD (nati solamente da pochi anni) e, come loro, anche il videodisco era considerato il supporto perfetto in quanto era robusto, e destinato a durare a lungo.
Purtroppo gli inizi degli anni ’80 hanno rappresentato non solo l’inizio della massificazione dell’informatica ma anche il suo “brodo primordiale” nel quale vi era una quantità enorme di sistemi operativi, formati e standard diversi che nascevano e morivano. Per fare un esempio il DOS 1.2 che sarebbe diventato il sistema operativo di riferimento per le macchine XT compatibili era stato commercializzato da appena un anno ed in breve tempo la “lingua” nel quale erano stati memorizzati i dati del nuovo “Domesday Book” digitale era diventata sconosciuta e anche i mezzi erano spariti.
Fin dall’inizio dell’invenzione della scrittura, l’uomo ha conservato i documenti pensando che si potessero consultare per sempre purché non si rovinasse il supporto sul quale erano “memorizzati”: una vecchia pergamena sarà sempre leggibile (a patto di conoscere la lingua nella quale è stata scritta) semplicemente aprendola, così come un libro o una tavoletta cuneiforme. Il passaggio al digitale ha dimostrato che questo non è più possibile e che, oltre all’informazione, è importante avere anche lo strumento per leggerla. Nel 1965 Gordon Moore, cofondatore dei Intel, elaborò quella che passerà alla storia come legge di Moore: “La complessità di un microcircuito, misurata ad esempio tramite il numero di transistor per chip, raddoppia ogni 18 mesi (e quadruplica quindi ogni 3 anni).”  Questa affermazione, basata su osservazioni empiriche, si rivelò esatta e divenne l’obbiettivo che tutte le aziende produttrici di microprocessori si pongono come obbiettivo.
Come diretta conseguenza di questo abbiamo una costante accelerazione della tecnologia e una conseguente evoluzione dei sistemi informatici. Prendiamo ad esempio il classico floppy disk: si è passati dal primo floppy ad 8 pollici a quello da 5 ¼ per finire con quelli da 3 ½ negli anni ’90 e primi anni del nuovo secolo per poi sparire completamente. Se oggi è ancora possibile trovare un lettore per “dischetti” da 3.5 pollici è molto difficile trovarne di quelli che leggono quelli precedenti da 5 ¼ e quasi impossibile quelli da 8” e chi trovasse in soffitta dei vecchi floppy quasi certamente si troverebbe nella condizione di non sapere cosa farsene o come leggerli.
Pensare che questo problema riguardi solamente i mondo dei computer è sbagliato.
Anche le cassette musicali o i vecchi video su VHS o Video 8 hanno subito lo stesso destino: gli strumenti per leggere questi supporti sono gradualmente spariti dagli scaffali dei negozi di elettronica e chi ha ancora delle vecchie video cassette, magari con le vacanze fatte con la famiglia una ventina d’anni addietro, rischia di non poterle più rivedere tra qualche decade.

Ma a creare problemi nel passaggio dall’analogico al digitale non è solamente l’utilizzo di un supporto anziché un altro ma anche, come abbiamo visto, la “lingua” nella quale le informazioni sono memorizzate, in particolare se la tecnologia ed il metodo di codificarle utilizza un formato proprietario.
I formati proprietari sono, in genere, dei metodi di codifica delle informazioni che utilizzano algoritmi che appartengono a qualche azienda o organizzazione che ne dispone i metodi di utilizzo. Se un domani chi detiene il brevetto per questo tipo di codifica decidesse di non renderlo più disponibile nei suoi programmi o in quello di altri si perde la possibilità di poter accedere nuovamente ai propri dati. Vice versa l’utilizzo di quelli che vengono chiamati formati aperti, permette di memorizzare le informazioni in formato digitale utilizzando dei metodi che sono di dominio pubblico e liberamente utilizzabili.
Un esempio di quanto l’utilizzo di un formato aperto sia importante lo si trova negli ebook.
Alla fine degli anni ’90 l’azienda statunitense Microsoft lanciò sul mercato un suo formato per leggere gli e-book; un formato che offriva la possibilità di avere file leggeri e una buona leggibilità su schermi piccoli. In particolare Microsoft stava entrando a gamba tesa nel mercato dei dispositivi mobili come PDA, Palmari, Pocket PC e smartphone con il suo sistema operativo Windows CE ed il formato .lit era perfetto per poter sviluppare un mercato di editoria digitale su questo tipo di dispositivi che utilizzavano questo il sistema operativo. Per circa una decina d’anni (fino al 2011)  il formato Microsoft visse una parabola: prima una crescita e poi una discesa fino a non venir più aggiornato e supportato, così che tutti i libri distribuiti in quel formato sono ora leggibili solo tramite il sistema operativo Windows che supportano l’ultima versione del programma Microsoft Reader, in quanto i moderni lettori di e-book non hanno più la compatibilità con questo formato. Al suo posto, invece, il formato .ePub, nato nel 2007 come formato aperto, è diventato lo standard preferenziale per quasi tutti i lettori di e-book (fanno eccezione i Kindle che supportano il formato proprietario .mobi),  tanto che esistono migliaia di app e programmi che possono supportare questo formato.
È quindi importante, quando si decide di memorizzare delle informazioni per essere conservate fare attenzione al formato che si vuole utilizzare: se memorizzo del testo formattato è sempre meglio optare per il formato .ODT anziché .DOC o DOCX di word, così per le pagine web è sempre meglio preferire il formato HTML al posto del .WebArchive che è leggibile solamente dal browser Safari di Apple.
Il passaggio dai dati analogici a quelli digitali (dalle cassette ai CD, dai VHS ai DVD, eccetera) è comunque un passaggio inevitabile e, malgrado quanto detto fino ad ora, la possibilità di salvare qualcosa in una sequenza di 0 e 1 offre una serie di vantaggi che non si possono ignorare.
Rispetto ad un’informazione analogica, quella digitale può essere riprodotta infinite volte anche dalle sue stesse copie, rimanendo sempre fedele all’originale (a meno che non venga deliberatamente modificata). Un manoscritto, se è copiato con un errore, quest’errore verrà ripetuto anche nelle copie successive; una cassetta, musicale o video che sia, tenderà a perdere di qualità con il tempo e quest’informazione errata sarà amplificata nelle copie successive, così come una serie di fotocopie fatta da altre fotocopie tenderà ad essere sempre più chiare e quindi differire dall’originale.
Per chi si preoccupa che anche nel copiare un dato in digitale possa generarsi un errore di trascrizione bisogna sottolineare quanto questo sia improbabile: si può trasmettere un’informazione che contiene al suo interno i dati necessari per la correzione degli errori (come ad esempio il codice Reed-Solomo del 1960) che permettono, anche nel caso una parte di dei bit che compongono il messaggio memorizzato o inviato siano rovinati, di poter ricostruire la sequenza digitale originale per quel bit in modo da avere l’informazione completa. Ogni giorno, quando guardiamo la televisione digitale (per chi come me ha anche visto i vecchi tv analogici) ci accorgiamo che l’immagine è sempre o chiara e pulita oppure assente completamente, e non più come nelle vecchie trasmissioni in analogico dove spesso i programmi erano disturbati. Questo perché un’informazione in digitale, come abbiamo detto è in grado di auto correggersi ed eliminare il “rumore”.

Da un punto di vista economico, salvare i propri dati in formato digitale offre dei grandi risparmi. Stampare una foto analogica, ad esempio, ha un costo di circa 8,50 € per un rullino da 25 pose di pellicola negativa in bianco e nero, 7,50 € per i negativi a colori (procedimento C41) e 11 € per le diapositive (procedimento E6) più 2 € per l’intelaiatura per queste ultime. Al costo della stampa va poi aggiunto il prezzo del rullino che è di circa 6,00€ per 24 pose come nel caso del Kodak Gold 200. Facendo due conti veloci il costo di una foto in analogica è di circa 0,50€.
Utilizzare invece il formato digitale permette di visualizzare la foto su molti dispositivi, dagli smartphone alle televisioni senza costi di sviluppo. Considerando il prezzo di una scheda SD di buona qualità con una capacità di 64Gb è di circa 25,00€ e che si possono memorizzare più di 9.000 foto1, mentre per stamparle il costo è di circa 0.05€ a foto. Se poi si volesse memorizzare le foto anziché su di una scheda SD su di un Hard Disk il prezzo per Mb è ancora più basso.
Per finire, salvare i dati in formato digitale non solo è  più conveniente, ma aiuta ad avere un impatto ambientale, sul breve periodo, molto basso.

I dispositivi non sono però tutti uguali e quando parliamo di Hard disk, memorie USB o schede SD bisogna sempre tenere presente che questi supporti hanno un numero massimo di scritture possibili e che Hard Disk e memorie allo stato solido come SSD, anche se possono sembrare simili, memorizzano i dati in maniera diversa: se per un tradizionale hard disk possiamo considerare una vita media di almeno 10 anni per una memoria allo stato solido come und disco SSD i dati si possono scrivere su una cella di memoria all'interno dei chip NAND Flash, un numero di volte compreso tra circa 3.000 e 100.000 nel corso del loro ciclo di vita. Questo ciclo di vita scende ulteriormente se si parla di schede SD o di chiavette USB.
Certo si può pensare di salvare tutti i dati su un supporto ottico come ad esempio un CD o un DVD ma anche in questo caso il nostro disco, anche se conservato con attenzione, non è detto che sia sicuro: negli ultimi anni si sono verificati casi di CD (spesso di fascia economica) dove lo strato protettivo di plastica si sfaldava lasciando esposta la parte interna che contiene i dati dopo solo 10 anni.
Per risolvere questi problemi nell’ultimo decennio si è iniziato ad utilizzare sempre di più il “Cloud” per salvare i dati importanti;  alcune aziende mettono, addirittura, automaticamente a disposizione un servizio di cloud dove salvare i dati e le foto presenti nei propri telefoni cellulari come Apple o Google.
Ma anche in questo caso i dati non sono propriamente al sicuro, anzi forse lo sono ancora meno di altri supporti perché il vero proprietario è chi amministra il servizio di Cloud e non l’utente che salva i dati in quel posto e se l’azienda che è proprietaria dei server, per un qualunque motivo, decidesse di interdire l’accesso ai dati o di cancellarne il contenuto, l’utente non potrebbe fare nulla. L’utilizzo di un servizio remoto per salvare i propri dati è quindi da considerare come una copia della copia e non come la soluzione principale.
A questo punto viene da chiedersi: “se siamo passati dai 2000 anni circa di durata di un papiro ai 20 scarsi di un CD conviene passare i propri dati, le proprie memorie, la propria vita in un formato digitale?”
Malgrado quello che si può pensare la risposta è Si!
Un sì dato che i vantaggi superano di molto gli svantaggi; un sì che richiede l’uso attento di poche e semplici regole per preservare le nostre memorie,  come l’utilizzo di supporti di qualità (soprattutto nel caso si utilizzino chiavette USB o CD piuttosto che DVD), avere sempre una copia della copia dei dati importanti e, ultimo ma non per questo di minor considerazione, utilizzare dei formati che siano il più aperti possibili come .JPG o .PNG per le foto, .ODT o .TXT per i testi, .XML o .HTML per il web, eccetera.

 


1Dati indicativi per difetto considerando foto a 16MPx e 72DPI.


BIBLIOGRAFIA:

    • “Flash SSD vs HDD: High performance oriented modern embedded and multimedia storage systems”
      Dr. Sanam Shahla Rizvi, Preston University, Conference: Computer Engineering and Technology (ICCET), 2010 2nd International Conference onVolume: 7, maggio 2020.
    • “Micron white papper: Comparing SSD and HDD Endurance in the Age of QLC SSDs”
      https://www.micron.com/-/media/client/global/documents/products/white-paper/5210_ssd_vs_hdd_endurance_white_paper.pdf
    • https://www.nationalarchives.gov.uk/domesday/
    • https://www.cmpod.net/all-transcripts/a-domesday-failure-digital-info-preservation-text/
    •  http://idpf.org/
    •  https://w3c.github.io/publishing/
    • https://www.cs.cmu.edu/~guyb/realworld/reedsolomon/reed_solomon_codes.html

 

      Ultima consultazione siti web maggio 2021.

 

Apple il Futuro ripercorrendo il passato
Apple il Futuro ripercorrendo il passato

Quest’estate l’azienda di Cupertino ha annunciato che passerà dai processori Intel a processori ARM e che quindi passerà dalla tecnologia CISC a quella RISC. A novembre 2020 Apple ha poi presentato M1, il primo processore ARM di Apple per MacBook Air, MacBook Pro e Mac Mini. Ma cosa implica tutto questo?

La sigla CISC sta per “Complex Instruction Set Computer” (computer con istruzioni complesse), mentre RISC per “Reduced Instruction Set Computer” ( computer con numero di istruzioni ridotto) e rappresentano due modi diversi di affrontare uno stesso problema.
Supponiamo di voler trovare il prodotto di due numeri: uno memorizzato nella posizione 2:3 e un altro nella posizione 5:2 della memoria e di voler poi scrivere il risultato nuovamente nella posizione 2:3.
In un processore CISC vi è un’istruzione apposita (che a titolo esemplificativo chiameremo MOLTIPLICA) che permette di effettuare l’operazione; quando viene eseguita, questa istruzione carica i due valori in registri separati, moltiplica gli operandi nell'unità di esecuzione e quindi memorizza il prodotto nel registro appropriato (MOLTIPLICA 2:3, 5:2). MOLTIPLICA è quindi la nostra funzione complessa che agisce direttamente sui banchi di memoria del computer e non obbliga chi scrive il programma a chiamare esplicitamente alcuna funzione di caricamento o memorizzazione dei dati nei registri o nella memoria. Poiché la lunghezza del codice è molto breve questo ha come principale conseguenza che viene utilizzata pochissima RAM per memorizzare le istruzioni.
In un processore RISC, invece, vengono utilizzate solo semplici istruzioni che possono essere eseguite all'interno di un ciclo di clock. La stessa operazione di moltiplicazione che in un processore CISC veniva eseguita in un unico comando, viene suddivisa in quattro differenti operazioni che possono essere, ad esempio CARICO nel registro A il valore della cella di memoria 2:3, CARICO nel registro B il valore della cella di memoria 5:2, MOLTIPLICO A e B, SCRIVO il risultato in 2:3 e che vengono eseguite ognuna in un differente ciclo di Clock.
Anche se il sistema RISC sembra più macchinoso porta anche alcuni vantaggi molto importanti: queste "istruzioni ridotte" richiedono meno transistor di spazio hardware rispetto alle istruzioni complesse, lasciando più spazio per i registri di uso generale e di conseguenza hanno meno bisogno di energia e producono meno calore. Poiché tutte le istruzioni vengono eseguite in un periodo di tempo uniforme (CLOCK), è possibile il pipelining (una tecnica che consiste nel suddividere il lavoro svolto da un processore in passi, che richiedono una frazione del tempo necessario all’esecuzione dell’intera istruzione) il che rende le operazioni eseguite su processori RISC veloci quanto quelle su processori CISC.
Il fatto che poi i processori RISC utilizzino meno energia per eseguire le operazioni e scaldino di conseguenza meno li ha resi i processori ideali per i computer portatili e per i dispositivi mobili.
Ad onor del vero è da segnalare che negli ultimi anni nei processori CISC sono state introdotte alcune funzioni tipiche dei processori RISC e AMD (maggior produttore i processori RISC per computer desktop e notebook) così che nei sistemi desktop e server le differenze non sono più così marcate.
I processori CISC, che sono utilizzati principalmente sui computer e sui server, sono prodotti da una sola azienda, l’Intel, ed utilizzano un proprio set di istruzioni X86 (a 32 bit) e X86-64 (a 64 bit), mentre i processori che fanno uso di della tecnologia RISC sono utilizzati principalmente sui dispositivi mobili quali smartphone o tablet, e si basano su architettura ARM e sono prodotti da diverse aziende. ARM, è un’azienda fondata a Cambridge nel 1990 nata da una collaborazione tra Apple e Acorn Computers che non produce direttamente i suoi processori e, nella maggior parte dei casi, non li progetta, ma concede in licenza la proprietà intellettuale che serve ad altre aziende come Samsung, Qualcomm, Apple, eccetera per progettare e costruire microchip con la sua architettura.
La differenza tra RISC e CISC meriterebbe da sola una trattazione a parte e non essendo lo scopo di questo articolo possiamo fermarci qua una volta chiarite le principali differenze.
Abbiamo detto che Apple quest’estate ha annunciato che passerà a produrre computer non più con processori Intel ma con ARM che produrrà lei stessa, ma non è la prima volta che l’azienda di Cupertino fa un cambiamento così radicale: a parte i computer basati sul leggendario MOS 6502 che utilizzava un set di istruzioni proprio, i primi processori importanti utilizzati da Apple appartenevano alla famiglia del Motorola 68000, che andavano a caratterizzare la famiglia di Macintosh dal 1984 (chi si ricorda il famoso spot ispirato a Orwell?) e che erano bassati su tecnologia CISC. Nel 1994 Apple decide di utilizzare i processori IBM Power PC, che utilizzano la tecnologia RISC ed un set di istruzioni proprietarie e questa sinergia tra Apple e IBM proseguì fino al 2006 quando con l’introduzione sul mercato del iMac oltre che presentare un look nuovo ai suoi prodotti l’azienda di Cupertino inizia ad utilizzare i processori CISC di Intel.
Vista la differenza di programmazione utilizzata a livello macchina tra processori CISC e RISC il passaggio tra PowerPc e iMac non fu completamente indolore e nel sistema operativo Mac Os 10 che accompagnava le nuove macchine venne inserito un emulatore che permetteva di utilizzare i software precedenti.
Il problema del software disponibile infatti, oggi giorno, è uno dei fattori determinanti per il buon successo di un computer o di un sistema operativo come nel caso dell’azienda canadese BlackBerry o del sistema operativo per dispositivi mobili Windows Phone.
Per ovviare a questo, anche questa volta, Apple ha predisposto una sorta di macchina virtuale chiamata Rosetta2 che permetterà di far funzionare i software precedentemente sviluppati, mentre per i programmatori mette a disposizione un kit di sviluppo che consiste in un Mac mini speciale, dotato dello stesso processore A12Z degli ultimi iPad e 16GB di RAM.
Tuttavia è da sottolineare che l’utilizzo di Rosetta2 è solamente una “pezza virtuale” in quanto non permetterà mai di sfruttare al massimo le caratteristiche del nuovo processore di Apple anzi, molto probabilmente, i software che gireranno tramite Rosetta2 saranno meno performanti che non se lavorassero su di un vecchio computer. Rimane poi il problema di tutti quei software specifici che non hanno un grande mercato e che non conviene convertire.
La transizione, secondo Apple, per i suoi prodotti da processori Intel a processori ARM durerà circa due anni e nel frattempo Intel (per la quale Apple rappresenta il 10% del mercato) ha assicurato di continuare a fornire i suoi prodotti; ma questo lasso di tempo indica probabilmente il periodo che passerà tra il lancio del primo Mac con processore ARM e il pensionamento commerciale dell’ultimo Mac ancora dotato di processore Intel, mentre la sua transizione completa che si concluderà con la dichiarazione di obsolescenza dell’ultimo Mac Intel disponibile si prevede possa durare fino al 2030.
Ma cosa spinge Apple a voler fare un passaggio così radicale?
I motivi sono molti. Per prima cosa è interessante osservare che mentre i dispositivi mobili apple come Ipad o Iphone utilizzano processori ARM i suoi computer utilizzano invece processori Intel; come abbiamo visto all’inizio non vi è compatibilità tra software creati per un Iphone ad esempio e un iMac. Utilizzare un unico processore per tutti i dispositivi permetterà di creare una ecosistema virtuale dove un’utente Apple avrà la stessa applicazione sia sul telefono che sul computer con gli stessi dati e lo stesso utilizzo.
Per gli sviluppatori di software sarà possibile sviluppare un’ App che funzionerà sia su smartphone che su computer senza dover apportare alcuna modifica.
Ma le migliorie non si fermano qua, i processori ARM di Apple avranno delle customizzazioni specifiche che ne migliorano sensibilmente le performace e poter scrivere un software specifico per un sistema che integra sia l’hardware che il software a livello così profondo non è certo da trascurare.
Un altro motivo che ha portato l’azienda di Cupertino a passare a processori che lei stessa sviluppa è quella di affrancarsi da Intel e potrà così riprendere il totale controllo dei piani di sviluppo e aggiornamento dei suoi computer, mentre l’aver sviluppato un proprio processore ha permesso a Apple di integrare in un unico chip di 5nm (come nel caso del M1) 16 miliardi di transistor che comprendono: una CPU a 8 core, motore neurale (leggi I.A.) a 16 core, GPU a 8 core, controller I/O, controller Thunderbolt e USB, nonché la memoria RAM. Per finire l’utilizzo della tecnologia RISC abbiamo visto necessita meno energia e porta quindi a poter creare computer che consumano molto meno e che non necessitano di grandi dissipatori o ventole di raffreddamento.

Ma alla fine Apple ha veramente sviluppato un nuovo processore per personal computer che surclasserà tutti i precedenti?
La risposta non è facile. In realtà quello che ha fatto Apple è di sviluppare un processore che a parità di consumi è più performante e veloce di processori per PC esistenti. Se noi prendessimo, ad esempio, un processore Intel I7 di nona generazione a 8 Core e 16 Thread (processi che vengono eseguiti contemporaneamente) ma che arriva a picchi di 235 - 255 Watt e lo abbiniamo ad una buona scheda madre e video, questo non ha nulla da invidiare alle performance di un computer basato su di un unico processore M1; la vera novità sta nel fatto che Apple ha integrato le stesse caratteristiche in un unico processore di minor consumo.
Sembra di tornare un po’ agli albori dei PC, quando ogni computer aveva un suo processore specifico (o famiglia di processori) e un suo hardware specifico che si programmava e permetteva di sfruttare al massimo ogni singolo Hz del clock e bit di memoria.

Conviene quindi comprare il nuovo Mac con processore ARM?
La risposta non è anche qua facile. Certo per un amante dei prodotti Apple il lancio di un nuovo computer è come il lancio di un nuovo Iphone o Ipad e, indipendentemente dal fatto che serva o meno, lo si compra. Diverso per chi lo utilizza per lavoro. Fino a che non vi sarà un parco software appositamente scritto per queste macchine non conviene, anzi meglio tenersi il proprio vecchio computer e aspettare nel caso si voglia acquistare un Apple.
Per chi invece è appassionato di Gaming non è certo uno degli acquisti consigliati (ad oggi) visto che normalmente su Mac i giochi non sono mai stati uno dei motori di sviluppo del computer e che oggi esiste la possibilità di noleggiare in remoto un computer da Gaming.

I Nuovi Divulgatori
I Nuovi Divulgatori

Affianco ai vari influencer come Ferragni o Vacchi, senza arte ne parte, il mondo del web si sta aprendo sempre di più ai divulgatori online. La digitalizzazione dei contenuti ha infatti trasformato i tradizionali canali di informazione permettendo ad un sempre maggior numero di persone competenti di poter condividere le proprie conoscenze. Fino a poco meno di una quindicina d’anni fa la divulgazione di massa era appalto esclusivo della televisione e delle radio partendo da “Quark” di Piero Angela per arrivare a “La Grande Bellezza” di Cesare Bocci senza dimenticare la “La macchina del tempo” di Alessandro Cecchi Paone o i vari canali tematici come “Marco Polo” o “Rai Storia”.

Proprio come i media tradizionali hanno iniziato a perdere sempre più audience nei confronti del web anche i programmi di divulgazione devono affrontare la concorrenza dei divulgatori sul web che stanno diventando delle vere star ma che, a differenza dei più conosciuti influencer, diffondono contenuti di qualità.
Attenzione non vogliamo parlare in queste poche righe dei finti divulgatori che spacciano per vere bufale come la terra piatta, gli UFO o le cure omeopatiche, ma di persone che non solo hanno titoli accademici per parlare di determinati argomenti ma anche le capacità di farlo: la divulgazione riguarda innanzitutto ciò che chi ha una certa competenza vorrebbe far comprendere a chi non ha le sue stesse conoscenze, utilizzando un linguaggio il più semplice possibile senza togliere qualità all’informazione che si trasmette.
È poi bene chiarire fin da subito la differenza che esiste tra divulgazione  e didattica online (che non vuol dire solamente la famigerata DAD): quando si parla di didattica online ci si riferisce a dei video che hanno come target quei fruitori di contenuti che vogliono imparare o ripassare determinate conoscenze come ad esempio il “teorema di Pitagora”, come si fa il calcolo vettoriale o una lezione di storia simile a quella che viene fatta nelle aule scolastiche o universitarie. Ne segue necessariamente che un video di didattica ha un pubblico più limitato di quanto lo possa avere uno di divulgazione che si rivolge ad un pubblico più ampio e con un linguaggio meno specifico. La differenza si può quindi riassumere tra il far sapere e il come far sapere.

Il mondo dei divulgatori online utilizza principalmente due canali, Youtube e Instagram e si articola in una miriade eterogenea di contenuti; il fatto che questi due canali di comunicazione siano anche i più apprezzati dagli influencer (in particolar modo Instagram) non deve trarci in inganno ma farci riflettere che non vi sono metodi più o meno adatti per trasmettere un determinato messaggio ma solo l’utilizzo che se ne fa e che siamo noi utenti a doverne cogliere le opportunità e sfruttarli al meglio.
Ma come si riconosce un buon divulgatore online da uno improvvisato che vuole solo guadagnare visite o, peggio ancora, da uno in mala fede?
La prima cosa da tenere in considerazione –ma non la più importante-, quando si segue un video su un canale di divulgazione, è la “reputazione” di chi parla; bisogna poi considerare che fare un video divulgativo richiede non solo conoscenze ma anche tempo ed è importante che vengano citate le fonti quando si parla di un argomento, soprattutto se controverso. Infine un buon divulgatore online, parla principalmente di un solo argomento o di argomenti che sono ad esso collegato, creando eventualmente diverse playlist a seconda degli argomenti.

Tra i divulgatori italiani più attivi sia su Youtube che su Instagram sicuramente è da citare Dario Bressanini.
Chimico, fisico teorico, docente universitario, ricercatore, il professor Bressanini ha al suo attivo diversi libri di divulgazione e articoli su riviste specializzate, sempre sul tema dell’alimentazione analizzata da un punto di vista scientifico.  Ha iniziato la sua attività di divulgazione sui media tradizionali (Tv e Radio) ed ha una rubrica fissa sul mensile “Le Scienze” da parecchi anni. Ma non basta che il curriculum sia corposo e, conscio di questo, il professor Bressanini quando pubblica un video divulgativo cita sempre le fonti alle quali attinge.
Non bisogna infatti scordare che, soprattutto nella scienza, non vale il principio di autorevolezza ma di dimostrabilità.
Un altro divulgatore che mette a disposizione le sue conoscenze è Amedeo Balbi. Astrofisico e ricercatore, professore di astronomia e astrofisica all'Università di Roma "Tor Vergata", autore di diversi libri e autore di articoli scientifici pubblicati regolarmente su “Le Scienze”, “La Stampa”, “Repubblica” ed “Il Manifesto”, racconta come funziona l’universo e la scienza in maniera semplice e diretta, con un linguaggio che non risulta mai artificiosamente complesso.
 
Ma alle frontiere della divulgazione online non approdano solamente persone competenti ma anche organizzazioni come il “CICAP”, fondato da Piero Angela che dal 1989 si occupa di promuovere un'indagine scientifica e critica nei confronti delle pseudoscienze, del paranormale, dei misteri e dell'insolito, con l'obiettivo di diffondere la mentalità scientifica e lo spirito.
Anche un’organizzazione senza scopo di lucro come TED che è dedita alla diffusione di idee, attraverso un suo canale TEDx permette, a chi fosse interessato ad ampliare le proprie conoscenze, di vedere gli incontri che vengono organizzati nelle varie parti del mondo in diverse lingue (Italiano compreso!) con relatori di diverse discipline.
Nemmeno le istituzioni non si sono lasciate sfuggire l’opportunità che i nuovi media permettono e così il Canale YouTube ufficiale dei Laboratori Nazionali di Frascati (LNF) e dell'Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (INFN) risulta uno dei più completi con playlist che vanno dalle conferenze alle letture pubbliche, con una sezione molto bella per i bambini chiamata “Summer Camp” le mie giga-nano vacanze estive, in collaborazione con Rai Kids.
Se l’INFN ha un suo canale non poteva certo essere da meno l’Istituto nazionale di astrofisica (INAF),  il principale ente di ricerca italiano per lo studio dell’universo, che sul suo canale propone un video al giorno sulle scoperte più interessanti di astronomia e fisica, sulle notizie di maggior rilievo dallo spazio e in campo tecnologico e sugli eventi rivolti agli appassionati del cielo, nonché interviste, approfondimenti e dirette con alcuni fra i maggiori esperti italiani e internazionali.

Fino ad ora abbiamo parlato solo di divulgazione scientifica online ma anche gli appassionati di materie umanistiche possono trovare approfondimenti o nuove conoscenze. Il canale del Festival della Mente, dedicato alla creatività e alla nascita delle idee che si svolge a Sarzana ogni anno, mette a disposizione i video degli incontri con i vari relatori, mentre tra i divulgatori non scientifici sono sicuramente da ricordare il canale Youtube di Roberto Trizio, che ci racconta aneddoti della vita quotidiana o eventi storici relativi al periodo della Roma Antica o il canale “Vivi everyday” che sempre di storia parla ma da un punto di vista più leggero “raccontando usi, costumi e credenze di altre epoche, il mondo quotidiano di chi ha vissuto prima di noi... tutto questo intervallato da momenti di discussione e video leggeri e comici” (Cit.).
Se si è appassionati di letteratura un canale interessante è quello di “Ima AndtheBooks”, un’insegnante di lettere, che ogni settimana crea un video.  Personalmente trovo molto interessante la playlist sulle biografie  dei grandi scrittori italiani, “con aneddoti, curiosità e segreti che i libri di scuola non ci raccontano” (Cit.).

Ma per fare divulgazione online seriamente bisogna essere obbligatoriamente laureati nell’argomento del quale vogliamo parlare?
Non necessariamente! Uno dei più grandi divulgatori di matematica e scienze, Martin Gardner, ad esempio era laureato in filosofia ma questo non gli impedì di essere, per molti anni, il curatore della rubrica "Mathematical Games" sulla rivista “Scientific American” (la versione italiana è "Giochi Matematici", su “Le Scienze”), nella quale ha divulgato molti argomenti di carattere matematico, come i frattali, la crittografia e molto altro ancora.
Un divulgatore (come insegna Dario Bressanini) quando decide di approfondire un argomento va a cercarsi tutti gli articoli e le ricerche che riesce a trovare, fino ai più recenti, li legge e li mette nel giusto contesto. Li valuta e verifica le fonti, se ci sono studi in contraddizione cerca di approfondirli per trovare quello che è più giusto, e alla fine fa un riassunto il più possibile onesto senza sensazionalismi, esponendo il pensiero generale della comunità (scientifica o di studiosi del settore) senza soffermarsi troppo su di una singola idea o concetto che magari è più simile al suo pensiero. Quando cerca di esporre quando ha appreso lo fa con parole semplici, senza entrare in tecnicismi inutili, tralasciando i dettagli e citando sempre le fonti.
Chiaramente non si può parlare di un argomento senza avere le basi solide di ciò che è il soggetto della trattazione: se si decide di fare un video sulla relatività generale sicuramente bisogna sapere almeno a livello descrittivo cos’è un tensore metrico, se si vuole parlare di storia della Seconda Guerra mondiale, avere la consapevolezza di quello che era l’Europa ed il mondo nel periodo antecedente il  settembre del 1939 e così via.

Troppo spesso si parla dell’aspetto negativo che la rapida diffusione delle notizie e dei contenuti grazie all’utilizzo dei nuovi media permette, dimenticandoci che in un mare pieno di fango si possono trovare le perle. Il periodo di confinamento forzato dovuto al covid-19 e il fatto che molti genitori si sono trovati a casa con i figli e a doverli aiutare nel fare i compiti ha permesso a molti utenti del web di scoprire il mondo dei divulgatori online che spesso sono costretti a battersi con armi impari contro i grandi influencer che non di rado fomentano fake news.
Grazie a internet informarsi è più semplice e i divulgatori (quelli seri!) sono un pezzo essenziale del processo di arricchimento personale che tutti dovremmo fare. Se leggere un saggio, per molte persone, può essere noioso non lo è guardare un video che risulta anche meno “impegnativo” e aiuta ad avvicinarsi ad una materia o ad un argomento. Se poi il video è ben fatto ed invoglia chi lo ha visto ad approfondire ciò che si è appena sentito allora lo scopo della divulgazione è raggiunto.
Viviamo in un’era che ci permette di accedere a conoscenze vere e condivise in maniera semplice e diretta è un peccato se non ne approfittiamo. La prossima volta che su youtube guardate un video clip musicale o una presentazione di qualche influencer pensate ad ampliare le vostre conoscenze e cercate un canale di divulgazione seria, arricchirete voi stessi ed anche le persone che vi circondano.

Pecunia Non Olet
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L’App IO per il “Cash Back” rientra nel più ampio “Piano Italia cashless” volto ad incentivare l’uso dei pagamenti elettronici. A differenza di quanto è successo per l’app Immuni, questa nuova iniziativa del Governo Italiano sembra aver avuto maggior successo e sembra anche che la maggior parte dei preconcetti riguardo la privacy, che hanno rallentato l’utilizzo dell’app di tracciabilità del Covid, non abbiano disincentivato questa volta gli utenti a scaricarla, malgrado la privacy sia meno tutelata realmente con l’uso di IO per il cashback.

Cos’è il Cashback di Stato
Cashback significa ottenere indietro i soldi in cambio degli acquisti effettuati che, in questo caso, prevede il rimborso del 10% da parte dello Stato Italiano, delle spese effettuate con sistemi di pagamento elettronici nei negozi. L’ 8 dicembre è partita la versione sperimentale di questo procedimento; nei piani del governo il cashback è una delle misure pensate per disincentivare l’uso del contante, spingere i pagamenti digitali e contrastare l’evasione fiscale.
Il procedimento di Cashback non è nuovo, diverse carte di pagamento, negozi online e app di pagamento lo hanno utilizzato e lo utilizzano tutt’ora come strumento promozionale o di fidelizzazione (e a volte è stato utilizzato anche da truffatori e siti malevoli).  Si capisce subito che questo procedimento non è propriamente un metodo di guadagno, visto che non c’è alcun ricavo sull’acquisto e non è neanche uno sconto, dato che i soldi vengono accreditati a posteriori quando la spesa è già fatta, ma possiamo considerare invece il normale cashback come una ricompensa che una carta, un negozio o un sito riconosce agli utenti che sono fidelizzati.
Il metodo di rimborso ideato dal Governo Conte è invece una misura ideata nel tentativo di arginare, come abbiamo detto, l’evasione fiscale e modificare le abitudini dei cittadini Italiani  verso metodi di pagamento tracciabili.
Quella iniziata l’ 8 dicembre è una sperimentazione e, per adesso, è valida solo se si utilizzano carte di credito, di debito o bancomat mentre sono escluse le app come Google Pay o Apple Pay che saranno attive con l’inizio ufficiale dal 1° gennaio 2021. Il rimborso sarà semestrale e di un importo massimo di 1.500 euro; per ottenerlo, però, è necessario fare almeno 50 pagamenti, che vanno da un minimo di 1 euro ad un massimo 150 euro, nei sei mesi.
Chi volesse aderire al cashback deve essere maggiorenne e residente in Italia. Deve poi registrarsi all’app IO della piattaforma della Pubblica Amministrazione, tramite l’SPID o con la carta d’identità elettronica, quindi bisogna indicare il proprio codice fiscale, uno o più sistemi di pagamento elettronico che si utilizzeranno per i pagamenti, e l’Iban del conto corrente su cui verrà accreditato il cashback ogni sei mesi.

L’app IO
L’app IO non è solamente utilizzabile per il cashback ma è un progetto del Governo Italiano, già attivato lo scorso 18 aprile, che permette ai cittadini di poter accedere in modo semplice ai servizi della Pubblica Amministrazione, sia locale che nazionale, direttamente da smartphone.
Un cittadino può tramite IO, ad esempio, ricevere messaggi e comunicazioni riguardanti le proprie scadenze verso la PA come carta d’identità, permesso ZTL, ricevere avvisi di pagamento con la possibilità di pagare tasse come il bollo auto o la TARI direttamente dall’app, mentre in futuro sarà anche possibile ottenere certificati, documenti personali digitali e molto altro.
Dall’8 dicembre, dicevamo, è possibile utilizzare IO anche per registrare i pagamenti associati al cashback di stato. Ad oggi (metà dicembre 2020) i cittadini che hanno scaricato l’app sono più di 8 milioni con un incremento significativo a partire dall’inizio del mese a pochi giorni prima dell’avvio sperimentale del Cashback di stato (un milione in più solamente tra il 7 e l’8 dicembre).
Per utilizzare l’app IO bisogna prima di tutto scaricarla dallo store del nostro dispositivo (Android o I/OS); una volta scaricata ed installata l’app ci chiede la registrazione, che  avviene tramite SPID oppure via carta d’identità elettronica. E qua iniziano i primi problemi in quanto non tutti i cittadini italiani hanno un SPID o una carta digitale e quindi bisogna munirsi di uno di questi due strumenti.  Il sito spid.gov.it mette a disposizione una lista di diversi “gestori d’identità” abilitati alla generazione dello SPID gratuitamente, ma il processo non risulta mai comodo o semplice.
Poste italiane, ad esempio, permette di avere un SPID gratuitamente recandosi presso uno degli sportelli di Poste Italiane o a pagamento se un incaricato si reca a casa. Anche altri gestori premettono il riconoscimento di persona, ma giustamente, bisogna recarsi presso i loro uffici. Ci sono anche metodi di riconoscimento da remoto, tramite webcam, carta d’identità elettronica o passaporto elettronico ma non tutti i fornitori del servizio lo mettono a disposizione gratuitamente.
Una volta registrata l’app IO, tramite SPID o CIE, l’utente deve indicare un pin ed eventualmente registrare la propria impronta digitale, dopo la prima registrazione, per accedere ogni volta basterà inserire il pin e non sarà più necessario utilizzare l’SPID.

E la privacy?
Appena uscita l’app IO ha subito manifestato dei problemi dato il grande numero di query effettuate che i server non erano in grado di gestire (tanto che nuovamente Pornhub aveva offerto l’utilizzo dei propri server), e l’ hashtag #IOapp è stato uno dei più utilizzati per visualizzare le lamentele degli utenti.
Accanto a questo hashtag però un altro compare nelle ricerche: #IOappPrivacy.
Ad onor del vero l’informativa sulla privacy andrebbe sempre letta quando scarichiamo ed installiamo un’app o un programma e a maggior ragione andrebbe letta quando riguarda dati estremamente sensibili come nel caso dell’app IO.
Ma quali dati sono interessati da questa app?
Abbiamo detto che per utilizzare il servizio cashback bisogna comunicare all’app IO il proprio codice fiscale e il proprio IBAN, mentre gli altri dati che l’app raccoglie sono gli estremi della carta, i dati identificativi del titolare della carta stessa, gli Importi degli acquisti e la loro geolocalizzazione nonché la cronologia di questi ultimi.
Certo, viene da obbiettare che la maggior parte di questi dati sono già in possesso dell’azienda che eroga i servizi, qual è quindi la differenza ?
Mentre nel caso di utilizzo di una o più carte su di un sito o presso un negozio ogni dato rimane a disposizione solamente del gestore della carta e del gestore del sito, nel caso di IO la questione è più complessa perché se registriamo e abilitiamo al cashback più carte tutti i dati delle transazioni tramite tali carte vanno a finire dentro un unico grande gestore che ha accesso a tutti i dati e può anche incrociarli.
Il fatto che l’acquisto con metodo di pagamento elettronico sia incentivato dal cashback, poi, stimola l’utente a fare più transazioni con le carte e le app e, quindi, a concedere più dati di quanti non ne concederebbe normalmente. Ai dati delle carte si aggiunge poi il codice IBAN sul quale versare il cashback, che può anche essere diverso dall’eventuale IBAN della carta di pagamento. Insomma il paradiso dei Big Data!
L’app IO è gestita dal MEF (Ministero dell’Economia e delle Finanze ) che è titolare del trattamento dei dati personali, mentre le due società controllate pubbliche PagoPA S.p.A. e Consap S.p.A. sono responsabili del trattamento dei dati personali in rispetto del GDPR. PagoPA e Consap sono autorizzate a nominare eventuali sub-responsabili, in caso, quindi alcune operazioni sui dati vengano subappaltate.
In particolare PagoPa organizza e gestisce tutto il funzionamento del meccanismo del cashback, mentre Consap gestisce gli eventuali reclami tramite una piattaforma web appositamente creata.
Quello che fa riflettere è un paragrafo della privacy policy di IO per il cashback che specifica che alcuni dati potrebbero essere inviati a dei paesi extra-UE: “Per la gestione dell’App IO, utilizzata per il servizio Cashback e gestita da PagoPA S.p.A., la predetta Società si avvale, limitatamente allo svolgimento di alcune attività, di fornitori terzi che risiedono in paesi extra-UE (USA). Per lo svolgimento di alcune attività connesse alla gestione dei reclami attraverso il Portale dedicato, Consap S.p.A. si avvale di fornitori terzi che hanno la propria sede in Paesi extra-UE (USA) “.  Stando a quanto afferma PagoPA uno dei soggetti terzi è l’azienda americana Oracle sui cui server sono ospitati i dati dei reclami (indirizzo di posta elettronica e password, codice fiscale, nome e cognome, dati dei documenti di identità allegati, dati relativi al reclamo stesso). Insomma sembra che questa clausola esista solo per permettere l’utilizzo di server di aziende extra UE che comunque sono localizzati fisicamente in Europa e la cui trasmissione dei dati avviene in maniera crittografata, quindi sicura.
Per finire va sottolineato che la privacy policy dell’app chiarisce che è vietato, oltre alla vendita dei dati, ogni utilizzo per scopi di profilazione,  il che vuol dire che non arriverà nessuna pubblicità mirata legata ai dati che raccoglie l’app IO e che ogni utente può uscire in ogni momento dal piano cashback, richiedendo la cancellazione dei propri dati.
Tutto risolto quindi? Non proprio. L’invio di dati negli Stati Uniti è ormai ritenuto non sicuro da parte dell’Unione Europea dato che il governo USA ha potere di accesso ai dati degli europei e, a quanto sembra, questo viene fatto regolarmente.
E questo non è complottismo visto che la Corte di giustizia dell'Unione europea (CGUE) si è pronunciata il 16 luglio 2020 (c.d. "Sentenza Schrems II") in merito al regime di trasferimento dei dati tra l'Unione europea e gli Stati Uniti facendo notare proprio questo e sottolineandolo nelle FAQ :” La Corte ha ritenuto che i requisiti del diritto interno degli Stati Uniti, e in particolare determinati programmi che consentono alle autorità pubbliche degli Stati Uniti di accedere ai dati personali trasferiti dall'UE agli Stati Uniti ai fini della sicurezza nazionale, comportino limitazioni alla protezione dei dati personali che non sono configurate in modo da soddisfare requisiti sostanzialmente equivalenti a quelli previsti dal diritto dell'UE”.
Non è questa la sede per giudicare le iniziative del governo a riguardo dell’utilizzo dei pagamenti elettronici per contrastare l’evasione fiscale, ne valutare se utilizzare la carta per pagare ad esempio un caffè (visto che il conteggio per il rimborso inizia da spese che partono da 1 euro) sia eticamente accettabile, ma quello che rileviamo è che nuovamente le iniziative messe in campo dal Governo per digitalizzare le attività si sono rivelate alquanto deficitarie soprattutto per le carenze delle infrastrutture di rete, assolutamente non in grado di reggere ampi e sostenuti volumi di traffico on line.
Un altro dato che è da notare riguarda la differenza di download rispetto all’app Immuni che è stata boicottata da molti utenti preoccupati per la privacy che si presumeva venisse violata, mentre per l’app IO per il cashback, questi stessi utenti non hanno avuto gli stessi dubbi, come se il desiderio di attaccarsi alle mammelle della sovvenzione statale li rendesse liberi da ogni turbamento e dubbio morale.
Svetonio ne “Le vite dei cesari” ci riferisce che l’imperatore Vespasiano rispose al figlio Tito che lo rimproverava per una tassa sugli orinatoi con la frase “non olet” (non puzza – la tassa-).
Da allora la frase viene spesso citata per indicare che non bisogna essere troppo schizzinosi riguardo la provenienza dei soldi e così, ripensando a questa frase, chiudiamo queste riflessioni pensando a tutti quei cavalieri “duri e puri” che si battevano contro Immuni per tutelare la privacy e si sono arresti miseramente a IO.


Bibbliografia:

https://io.italia.it/cashback/privacy-policy/
(ultima consultazione dicembre 2020)

https://io.italia.it/dashboard/
(ultima consultazione dicembre 2020)

https://www.garanteprivacy.it/home/docweb/-/docweb-display/docweb/9442415
(ultima consultazione dicembre 2020)

https://www.spid.gov.it/richiedi-spid
(ultima consultazione dicembre 2020)

Quando L’irreale Diventa Reale
Quando L’irreale Diventa Reale

Ci risiamo!
Già a luglio 2020 iniziava  a girare sui social network la notizia di un “fantomatico” Jonathan Galindo che convinceva i bambini ad accettare sfide sempre più pericolose fino a portarli al suicidio. Una cosa simile l’avevamo già vista nel 2017 quando un servizio del programma TV “Le Iene” aveva parlato di una sfida nata in Russia tra i giovani che arrivava fino a spingerli al suicidio e che  prendeva il nome di Blue Whale. Dopo che i video presentati furono smascherati come falsi e per nulla attinenti al fenomeno  venne fuori che tutta la storia non esisteva e che si trattava di una creepypasta1 ma, purtroppo, la stampa aveva cavalcato l’onda e ancora oggi esistono persone che credono che il Blue Whale Challenge fosse vera, anche perché con il diffondersi della notizia iniziarono molti fenomeni di emulazione.

Il personaggio di Jonathan Galindo non è una novità di questi ultimi mesi ma nasce, anche lui, nel 2017 quando per la prima volta la versione messicana della piattaforma di notizie social (o giornalismo sociale come viene definito dai suoi creatori) Blasting News riporta la presenza in rete di svariati profili con l’immagine di un uomo con una strana maschera che ricorda vagamente il Pippo della Disney ma con un atteggiamento minaccioso ed inquietante che risponde al nome di Jonathan Galindo. Secondo quanto riportato dalla testata questo personaggio si divertiva a fare filmati porno vestito in modo stravagante sempre indossando la sua strana maschera per poi diffonderli nel web.
Chiunque conosce il sito Blasting News sa quanto poco siano affidabili le notizie diffuse, dato che gli articoli vengono scritti dagli stessi lettori e pubblicati senza nessuna verifica dei fatti, anzi, più un articolo o un autore è seguito più viene riconosciuto dalla testata.
La figura che viene associata a Galindo, in realtà, è stata creata da un video maker americano che utilizza lo pseudonimo di Sammy Catnipnik nel 2012 e che, nel suo profilo twitter, spiega le origini del personaggio: ”…Le foto e i video sono miei, del 2012-2013. Erano per il mio bizzarro piacere personale, non per qualche cacciatore di brivido dei giorni nostri che cerca di spaventare e bullizzare la gente…”. In effetti la maschera creata da Carnipnik fu utilizzata per creare alcuni video porno online ma tutto finisce qui … O almeno così si sperava.
Un influencer, sempre messicano, che risponde al nome di Carlos Name, nel giugno del 2020, racconta di una figura che ricorda il famoso Pippo della Disney (Jonathan Galindo) che si aggirava fuori dalla casa, di aver sentito strani rumori e che, in fine, l’uomo mascherato avrebbe fatto irruzione in casa sua aggredendolo. Name che conta circa 1.700.000 followers su Instagram è famoso per trattare argomenti paranormali come ufo, fantasmi e chi più ne ha più ne metta come se fossero veri, vantandosi anche di improbabili incontri con queste fantastiche figure. Dopo questo rilancio (che chiaramente è una bufala) la figura di Jonathan Galindo ha iniziato a diffondersi e iniziano a nascere profili sui social con persone che vogliono emularlo oppure semplicemente spaventare gli amici e, purtroppo, anche qualche atto di stalking o aggressione reale dove l’aggressore era mascherato da Galindo.  Dal sud America il tam tam mediatico si sposta prima in India per arrivare infine in Europa.

In Italia, a lanciare la notizia del pericolo di questa nuova sfida tra gli adolescenti è il giornale “Il Resto del Carlino” nel luglio 2020 con una serie di articoli dai titoli evocativi quali “Jonathan Galindo, la folle sfida. Un gioco all’autolesionismo” oppure ”Jonathan Galindo, il folle 'gioco'. Nuove denunce e genitori in allarme”. Negli articoli si fa riferimento ad allarmi lanciati da alcuni genitori e da alcuni ragazzi, nonché di denunce fatte da questi alle forze dell’ordine e ricordando che in Spagna gli eventi legati a Galindo sono stati molto numerosi. L’articolo finisce segnalando che “Ora purtroppo Galindo è arrivato anche in Italia “ e che non si registrano ancora fenomeni di lesionismo tra i ragazzi ma che la guardia è alta.  
La polizia postale (che si occupa di reati collegati al web), dal canto suo, il 9 luglio aveva si aperto una segnalazione di allerta sulla sua pagina web e sul suo profilo Facebook per poi ritirarla qualche giorno dopo a seguito delle indagini che non avevano rilevato fenomeni di autolesionismo tra i giovani in Italia.
Purtroppo adesso i media hanno iniziato a cavalcare l’onda Galindo e il tragico suicidio dell’undicenne a Napoli pochi giorni fa ha portato moltissime testate e telegiornali ad associare la lettera lasciata dal bambino a un possibile Jonathan Galindo, sebbene non vi siano prove di questo.

I toni sensazionalistici utilizzati dai vari media e le fake news rilanciate da siti e profili social di influencer ai quali importa solamente avere visibilità portano a travisare il vero pericolo: non bisogna avvisare i ragazzi di non accettare l’amicizia da Jonathan Galindo, ma bensì da chiunque non si conosca, proprio come una volta si insegnava a non dare confidenza agli sconosciuti e ricordando ai bambini e agli adolescenti di evitare di condividere informazioni personali online.
Continuando a rilanciare l’esistenza di un personaggio come Galindo i media rischiano di portare anche in Italia alla nascita di fenomeni di emulazione, proprio come è accaduto a suo tempo con il Blue Whale Challenge che, pur non essendo una cosa reale si è trasformata in qualcosa di pericolosamente reale,  mentre challenge che sono reali e pericolose come la “Fire Challenge”, la “Kiki Challenge” o il ”Knockout game”, che in Italia nel 2014 ha anche fatto una vittima, vengono trascurate.
Purtroppo sempre più i giornalisti stanno diventando simili a influencer che cercano la visibilità anziché la verità così, a breve, il personaggio di Jhonathan Galindo assurgerà al panteon dei mostri dell’immaginario collettivo insieme a Slenderman, SCP-173, Jeff the Killer ed altri.
Una volta i mostri li creava il cinema, così personaggi come Jason di “Venerdì 13”, Freddy Krueger di “Nightmare‎”, Pinhead di “Hellraiser” o Leatherface di “Non aprite quella porta” spaventavano intere generazioni ma rimanevano confinati nel reame dell’immaginario e dell’irreale, mentre adesso i mostri creati dal Web hanno da fastidiosa abitudine ad emergere nel mondo reale e diventare veri grazie alla massificazione che porta inevitabilmente all’emulazione.

 

1Una Creepypasta è un racconto breve e originale che nasce per terrorizzare e provocare shock nel lettore ispirati solitamente ai racconti di internet o leggende metropolitane, diffusi nei forum tramite il copy&paste (copia ed incolla).

Immuniflop
Immuniflop

Forse troppo tardi il ministero della salute ha iniziato una campagna di marketing “aggressiva” per incentivare gli italiani non solo a scaricare, ma soprattutto ad utilizzare l’app Immuni.
Questa applicazione nasce in un momento nel quale l’Italia era in fase di uscita dall’emergenza Covid-19, sebbene fosse stata pensata in piena crisi, ed ha sofferto sicuramente di una campagna di marketing sbagliata e di una disinformazione che ha invece approfittato della paura delle persone sul rispetto della propria privacy per trasformare una crisi in campagna politica.

Inizialmente, quando si è parlato di creare un app per il tracciamento dei contagi, l’idea che ne ha avuto l’uomo della strata è stata quella del software sviluppato in sud Corea “Corona 100m”, che traccia tutti gli spostamenti di un individuo  e che non garantisce un livello di privacy adeguato agli standard europei.
Certo l’app Coreana ha dimostrato la sua efficacia nel prevenire la nascita di nuovi focolai, ma il prezzo da pagare è stato alto e nei paesi occidentali una simile soluzione risulta impensabile.
In Italia, da subito, le polemiche si sono focalizzate non tanto sul’utilità di una app ma su come questa avrebbe potuto garantire il rispetto della privacy degli utilizzatori  (sebbene questi stessi utenti, spesso e volentieri,  non si fanno alcuno scrupolo a pubblicare ogni sorta di dato personale sui social) e, in un mondo dove il complottismo è sempre più incalzante la promozione di un simile software e la rassicurazione, era la prima cosa da fare. Invece, fin dalla sua nascita, la comunicazione sull’app Immuni è stata sempre confusa e poco chiara partendo dalla gara di appalto per arrivare alle tecnologie utilizzate: l’azienda Bending Spoons che ha vinto l’appalto per la creazione dell’app fa infatti parte del consorzio europeo PEPP-PT.

 Il Pan-European Privacy-Preserving Proximity Tracing  è un progetto no profit che nasce con l’intenzione di assistere le varie nazioni che intendono sviluppare software per il tracciamento ed il contenimento di infezioni (non  solo il Covid-19) e fornire degli strumenti che consentono il tracciamento dei contagiati ed utilizzare dei metodi standard per l’interoperabilità dei dati, non solo all’interno dello stato che ne sviluppa il software ma, eventualmente, anche con altri stati, il tutto cercando di mantenere al massimo la privacy dell’utilizzatore. Il fatto che oltre a Bending Spoons anche altre grandi società multinazionali (come ad esempio vodafone) siano partner del consorzio e che il modello proposto sia, pur mantenendo la privacy,  centralizzato aveva dato adito a molti dubbi sull’effettiva sicurezza dei dati trattati.
Ad aprile Bending Spoons decide di abbandonare il progetto PEPP-PT per lo sviluppo dell’app Immuni a favore del modello decentralizzato proposto da Google ed Apple e questo cambiamento di rotta, contestualmente al fatto che non ci si appoggia più ad una idea no-profit  ma ad un progetto di due colossi privati della new economy ha fatto aumentare le voci  in rete sulla sicurezza dei dati trattati ed il loro anonimanto, sebbene l’idea di Google e Apple si basa su di un modello decentralizzato e più rispettoso della privacy, dove la corrispondenza tra i contatti si svolge sui telefoni dei singoli utilizzatori,  anziché su di un server centrale.
Il 15 giugno 2020, dopo un periodo di sperimentazione in diverse regioni e uno strascico di polemiche, l’app Immuni viene immessa negli app store di Google e Apple con la speranza che almeno il 60% della popolazione italiana la scarichi e la utilizzi affinché sia funzionale al suo scopo. Purtroppo a quasi tre mesi dalla sua uscita solamente uno smartphone su sette, ovvero circa il 14% della popolazione italiana, ha scaricato l’app. Dati decisamente poco incoraggianti e che rischiano di trasformare l’idea in un flop.

Ma perché così poche persone hanno deciso ti utilizzare Immuni?
Sicuramente, come abbiamo detto, la poca informazione ed alcuni errori fatti in buona fede sulla spiegazione del funzionamento dell’App sono stati tra i responsabili di questo flop.
Immuni utilizza per il tracciamento dei contatti avuti la tecnologia Bluetooth Low Energy che, a differenza del bluetooth classico, è progettato per fornire un consumo energetico notevolmente inferiore. Questa tecnologia consente alle app che lo utilizzano di comunicare con dispositivi bluetooth low energy che hanno requisiti di alimentazione più rigidi quali smartwhatch, sensori biometrici, dispositivi per il fitness, eccetera.

Attraverso il bluetooth Immuni rileva il contatto tra due telefoni se avviene a meno di un metro e per un periodo superiore a 15 minuti (le specifiche della distanza e del tempo sono state fornite allo sviluppatore dell’app dal ministero della salute). Ogni telefono che ha installato l’app genera una stringa alfanumerica anonima, una sorta di ID, che viene scambiata con gli altri telefoni se si supera la distanza ed il tempo predefinito. Nel momento in cui una persona si ammala invia il codice al server centrale che smista la lista con le stringhe dell’ identificativi contagiati a tutti i telefoni della rete. A questo punto i singoli smartphone, tramite l’app Immuni hanno il compito di calcolare, per ogni identificativo, il rischio di esposizione all'infezione sulla base di parametri come la vicinanza fisica e il tempo,  generando una lista degli utenti più a rischio.
Niente geolocalizzazione quindi (come invece accade per l’app Sud Coreana) e nessun pericolo di trasmettere dati sensibili o che permettano di risalire ad un singolo utente, dato che il server centrale non è mai a conoscenza degli incontri intercorsi tra gli utenti, ne di chi essi siano.
Per rassicurare gli utenti, inoltre, Bending Spoons ha deciso di pubblicare sulla piattaforma GitHub i codici sorgenti dell’app sia per quanto riguarda il tracciamento dei contatti che l’elaborazione, in modo da rendere tutto il più trasparente possibile.

Purtroppo, come spesso succede, i progetti che sulla carta sembrano perfetti si devono scontrare con la realtà: se è vero che l’app Immuni non utilizza il GPS del telefono per tracciare gli spostamenti dell’utente sulla piattaforma Android, dalla versione 6 (che è quella minima richiesta), per poter per accedere agli identificatori hardware dei dispositivi esterni nelle vicinanze tramite scansioni Bluetooth o scansioni Wi-Fi, le app devono disporre delle autorizzazioni ACCESS_FINE_LOCATION o ACCESS_COARSE_LOCATION e quindi attivare il sistema di posizionamento globale. 
La notizia diffusa dai giornali presso l’utente comune (gli sviluppatori software ne erano già al corrente) di questa necessità da parte del sistema Android ha portato molti utenti a dubitare sulla reale protezione della privacy da parte di Immuni.

La nuova campagna di marketing lanciata dal ministero della salute e che utilizza i classici canali televisivi e volti noti dello show business, ha lo scopo di convincere il maggior numero di italiani a scaricare e utilizzare immuni visto che, ad oggi, sebbene Immuni non sia stata scaricata da un numero sufficiente di utenti dal 13 luglio sono state inviate 809 notifiche agli utenti che hanno la utilizzano e bloccando almeno quattro potenziali focolai.
Purtroppo questo tipo di marketing potrebbe non essere sufficiente: noi italiani siamo un popolo complicato e, come con le mascherine, fino a quando non sono state rese obbligatorie,  molti si sono sempre rifiutati di utilizzarle.  Purtroppo per l’app non è così facile e obbligare gli utenti a scaricarla, anzi aumenterebbe i malcontenti in quella parte della popolazione che viene definita “complottista”.
L’approccio migliore sarebbe creare una situazione simile a quella che negli anni si è sviluppata con i social network come Instagram o Facebook: “…non li uso, ma tutti i miei amici li usano, così mi vedo costretto ad utilizzarli anch’io per non essere digitalmente escluso dal gruppo.”. Ecco che a quel punto tutti i dubbi sulla privacy andrebbero a sparire visto che la maggior parte di chi critica Immuni non ha alcuna remora a pubblicare sui social network dati anche sensibili.
Certo la privacy al 100% non è e non sarà mai garantita, se si legge la guida per sviluppatori google nella sezione bluetooth-le si legge: “Caution: When a user pairs their device with another device using BLE, the data that's communicated between the two devices is accessible to all apps on the user's device”; così accade che come per il GPS anche per i dati trasmessi tra dispositivi è vero che l’app  non va a utilizzare i dati del sensore ma altre app potrebbero e, se disabilito il bluetooth o il GPS, Immuni diventa inutile.
Bisogna quindi decidere se rinunciare ad un pizzico di privacy e paure per essere più protetti o tenersi la privacy ma avere un maggior rischio di ammalarsi.


Bibliografia:


https://developer.android.com/guide/topics/connectivity/bluetooth-le
(Ultima consultazione settembre 2020)

https://developer.android.com/about/versions/marshmallow/android-6.0-changes.html#behavior-hardware-id
(Ultima consultazione settembre 2020)

https://www.immuni.italia.it/
(Ultima consultazione settembre 2020)

http://www.salute.gov.it/
(Ultima consultazione settembre 2020)
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