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By Filippo Brunelli

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Lo Spread dei titoli di stato



Lo spread, ossia il differenziale di rendimento dei  titoli di stato è il sovraprezzo che esigono gli investitori per  comprare ildebito di un paesi confrontato con quello tedesco, il cui prezzo è quello che si utilizza come base o riferimento visto che è  considerato quello più sicuro e meno propenso a soffrire colpi in  funzione di fattori congiunturali o puntuali - crescita, deficit.
in termini generali lo spread si può tradurre con  quanto denaro è necessario affinchè gli investitori abbandonino la paura e dimentichino il rischio che porta con sè entrare nel debito dei paesi  segnalati per i problemi di cui sopra. la ragione di questo rifiuto è  che se l'investitore sospetta che non rientra denaro nelle tasche dello  stato o non almeno nella quantità sufficiente, non ci saranno neanche i  fondi per pagare coloro che stanno acquistando il debito.
Attualmente esistono solo 3 agenzie di qualificazione importanti :  standard and poor's, moody's e fitch; queste società hanno l'incarico di  dare una nota a tutti i valori che si negoziano, che sia il debito  sovrano o azioni delle compagnie, in funzione della sicurezza  dell'investimento. come dire, studiano la cartella dei pagamenti degli  emissori di questi valori, le prospettive che deve affrontare e i rischi  o le minacce che pesano sulla sua testa. la nota di maggiore fiducia,  la indicano con tripla a. la valutazione delle agenzie è fondamentale  per gli investitori visto che, ad esempio, molti fondi pensione  statunitensi, che gestiscono migliaia di milioni, investono solo sulla  tripla A.  Nonostante questo c'è da dire che non sono infallibili e che  in alcuni casi, come nel caso dei mutui subprime valutarono con una  tripla a prodotti che, secondo quanto è stato  ampiamente dimostrato, non  meritavano questo voto.
I bond di un determinato paese, una volta emessi, si scambiano  liberamente sui mercati secondari del debito ad un interesse o  rendimento che varia ogni volta a seconda della domanda; è a questo  punto che si calcola lo spread della differenza tra i bond a 10 anni di  un paese a confronto con quelli tedeschi. Nonostante questo, anche se  sono mercati diversi, si alimentano vicendevolmente visto che  l'interesse che guadagnano i bond sul mercato finanziario finisce sempre  con l'essere trasferito a quello primario e per tanto, al prezzo  dell'asta che realizza il tesoro, e da qui si ricomincia.
Secondo i calcoli di bruxelles, se un paese ha uno spread di 400  punti base e non prende provvedimenti, è probabile che l'impatto dei  costi aggiuntivi per finanziare il contesto dell'economia della sua  economia genera un impatto negativo sul pil dello 0,8% annuo. Una cifra  che di questi tempi in cui un decimo è quello che differenzia la  crescita dalla recessione, può significare il bordo del precipizio.
Quando si fa riferimento allo spread BTp-Bund, senza ulteriori specifiche, ci si riferisce alla differenza di rendimento tra i titoli di Stato italiani con scadenza a 10 anni e i corrispondenti titoli tedeschi (sempre con scadenza a 10 anni). Si prende come riferimento la scadenza a 10 anni perché è considerato un lasso di tempo più attendibile per misurare con più efficacia la percezione dei mercati sul rischio sui debiti dei due Paesi (se si prendessero titoli a breve scadenza il dato potrebbe essere maggiormente viziato da volatilità e fattori speculativi).
Calcolare lo spread è molto facile: se i titoli tedeschi danno interesse del 3% e quelli italiani con lo stessa durata danno interesse del 5% lo spread è del 2%. 
I punti base significano che 1% sono 100 punti base, il 2% sono 200 punti base, lo 0,5% sono 50 punti base ecc.
Lo spread BTp-Bund è deciso dal mercato: chi vuole investire nelle obbligazioni italiane pensa di correre più rischi rispetto a un investimento in titoli tedeschi, per il peggior stato delle finanze italiane, e quindi vuole un rendimento più alto: oggi i BTP hanno raggiunto, sul mercato, un rendimento a dieci anni del 5,54 per cento circa, mentre i titoli tedeschi sono intorno al 2,71 per cento. Questi dati si riferiscono ai titoli già venduti in passato dalla Banca d’Italia e che ora vengono contrattati sul mercato dagli investitori, determinandone le fluttuazioni del rendimento. 

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