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By Filippo Brunelli

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L'omosessualità è genetica



Oltre che da fattori culturali e dalle prime esperienze, l'omosessualità maschile sarebbe influenzata anche da fattori genetici. Lo rivela una ricerca dell'Università di Padova, pubblicata sulla rivista "Proceedings of the Royal Society London B", che spiega come i geni associati all'omosessualità maschile riescano a sopravvivere, nonostante questi uomini raramente abbiano figli a cui trasmetterli. 
Lo studio contraddice inoltre la teoria, avanzata più di dieci anni fa da alcuni ricercatori americani, dell'esistenza di un singolo gene dell'omosessualità. Secondo Andrea Camperio-Ciani e colleghi, le componenti genetiche in questione (associate al cromosoma X, che viene ereditato solo dalla madre, ma situate probabilmente anche su altri cromosomi) sono le stesse che influenzano una maggior fertilità nelle donne. 
I ricercatori hanno infatti scoperto che le donne tendono ad avere più figli se ereditano gli stessi fattori genetici - ancora non identificati - associati con l'omosessualità maschile. Questo aumento di feritilità compenserebbe con gli interessi la carenza di discendenti dei maschi omosessuali, mantenendo in circolazione i fattori genetici in questione. 
La scoperta rappresenta un'ottima spiegazione al paradosso darwiniano rappresentato dall'omosessualità: pur costituendo un vicolo cieco genetico, questa caratteristica perdura infatti generazione dopo generazione.
Il fatto che l'omosessualità, maschile e femminile, sia presente pressoché in tutte le culture e che si manifesti più frequentemente in alcune famiglie ha spinto a ipotizzare l'esistenza di una base genetica, anche se tutte le ricerche di geni le cui varianti potessero essere associate allo sviluppo dell'omosessualità hanno dato sistematicamente esito negativo. 
In uno studio condotto dal Working Group on Intragenomic Conflict del National Institute for Mathematical and Biological Synthesis (NIMBioS) – pubblicato sulla rivista “The Quarterly Review of Biology” – nel quale i ricercatori hanno focalizzato l'attenzione su alcuni marcatori epigenetici, temporaneamente presenti nel corso dello sviluppo dell'embrione e del feto. 
Mentre i geni costituiscono sistemi di istruzione per la produzione di proteine, i fattori epigenetici dicono in quali tessuti e in quale momento vanno espressi i geni. I marcatori studiati da Sergey Gavrilets e colleghi sono quelli sesso-specifici prodotti nelle prime fasi di sviluppo dell'embrione e destinati a regolare la sensibilità delle cellule alle variazioni dei livelli degli ormoni sessuali nel corso del successivo sviluppo del feto. In pratica, la presenza di questi marcatori impedisce che un feto di sesso femminile subisca una mascolinizzazione se i livelli di testosterone sono troppo alti o una femminilizzazione del maschio nel caso opposto.
Questi fattori epigenetici vengono per lo più prodotti di nuovo a ogni generazione; in qualche caso, però, alcuni possono passare da una generazione all'altra, e interferire con l'azione di quelli prodotti dall'embrione. Nel caso dei fattori epigenetici sesso-specifici, se vengono ereditati quelli caratteristici del sesso opposto, saranno influenzati ora la preferenza sessuale, ora l'identità sessuale, ora lo sviluppo dei caratteri sessuali primari, a seconda di quanti e quali fattori siano stati ereditati. 
Il modello matematico sviluppato dai Gavrilets e colleghi ha mostrato che i geni che codificano per questi marcatori epigenetici possono diffondersi facilmente nella popolazione, perché i fattori epigenetici che producono, di per sé favoriscono la fitness del genitore (ossia la mascolinità dell'uomo e la femminilità della donna), mentre in un numero relativamente ridotto di casi riescono a "intrufolarsi" nelle cellule germinali e passare alla prole.
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